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Epistemologia del pregiudizio: l’Occidente dopo il 7 ottobre

Quando la teoria precede i fatti: come il 7 ottobre ha rivelato le crepe epistemologiche dell’Occidente

Luigi Giliberti

Tempo di Lettura: 4 min
Epistemologia del pregiudizio: l’Occidente dopo il 7 ottobre

Il 7 ottobre 2023 Hamas ha massacrato civili israeliani. Non è una tesi. È un fatto. Case violate, famiglie uccise, ostaggi trascinati oltre confine. Per qualche ora il mondo ha guardato l’evento nella sua nudità morale.Poi l’evento è stato assorbito dentro una griglia interpretativa preesistente.

È questo il punto decisivo.

Una parte rilevante dell’élite accademica e culturale occidentale non ha reagito al 7 ottobre partendo dai fatti, ma partendo dalla teoria. Il massacro è stato immediatamente ricondotto a uno schema: colonialismo, oppressione, struttura di dominio. Non come possibile chiave di lettura tra le altre, ma come chiave unica.

Quando una teoria precede il fatto, il fatto viene modellato per rientrare nella teoria.È così che il terrorismo diventa “atto inserito in un contesto”. È così che la categoria di genocidio viene pronunciata prima che un tribunale abbia stabilito l’elemento essenziale: l’intento specifico di distruggere un gruppo in quanto tale. Nel diritto internazionale il genocidio è una fattispecie delimitata con precisione estrema. Nel dibattito occidentale è diventato una categoria morale espansiva.

La conseguenza non è solo retorica. È epistemologica.

Se la parola più grave del diritto viene utilizzata come dispositivo identitario, il diritto perde funzione probatoria e diventa strumento di mobilitazione. Non si attende il processo: lo si sostituisce.

Qui emerge la prima frattura logica:
se la sentenza precede l’istruttoria, non si sta cercando verità. Si sta cercando conferma.
Nel frattempo il conflitto si espande. Hezbollah riattiva il fronte nord. Gli Houthi colpiscono nel Mar Rosso. Milizie filo-iraniane si muovono in Siria e Iraq. L’Iran consolida una strategia di pressione indiretta. La guerra non è più circoscritta.

Eppure, nel discorso dominante, la complessità regionale viene compressa in una narrativa binaria: oppressore strutturale contro oppresso permanente. Il problema di questa struttura non è morale. È analitico.

Ridurre un sistema multilivello a un’unica dicotomia significa perdere la capacità di spiegare le interazioni reali. La rete di proxy, le ambizioni regionali iraniane, gli interessi strategici russi, le fragilità degli Stati arabi: tutto diventa secondario rispetto alla narrazione simbolica.

Gennaio 2026. In Iran esplode una nuova ondata repressiva. Denunce di uccisioni, arresti, blackout informativi. Un regime che reprime i propri cittadini in nome della stabilità teocratica. Qui la reazione occidentale esiste, ma non produce la stessa mobilitazione simbolica che aveva caratterizzato il dibattito su Israele.

Seconda frattura logica:se i diritti sono universali, l’intensità morale non può variare in base all’identità del soggetto coinvolto.
La cultura politica che domina parte del mondo accademico occidentale si fonda su un principio dichiarato: universalismo dei diritti. Ma nella pratica applica una gerarchia implicita. Alcuni attori vengono giudicati come espressione di una colpa strutturale permanente; altri vengono letti attraverso categorie attenuanti di contesto e complessità culturale.

Non è una cospirazione. È un bias.

Un bias radicato in una lettura del mondo che privilegia l’asse coloniale come chiave interpretativa primaria. Questo asse può essere utile in molti contesti. Ma quando diventa lente esclusiva, produce distorsione.
Il Consiglio ONU per i Diritti Umani si inserisce in questa dinamica. È un organo politico, composto da Stati con interessi divergenti. Pretendere da esso purezza morale assoluta significa ignorarne la natura. Ma utilizzare le sue risoluzioni come sentenze definitive quando coincidono con la propria posizione e relativizzarle quando non lo fanno significa trasformare l’istituzione in strumento retorico.

Terza frattura logica:se un’istituzione è politica per definizione, non può essere invocata come tribunale morale quando conviene e come arena diplomatica quando disturba.
Dal 7 ottobre in poi l’Occidente non ha solo discusso una guerra. Ha messo alla prova il proprio metodo di giudizio. E il metodo ha mostrato crepe.

L’analisi è stata sostituita dalla militanza. Il lessico giuridico è stato assorbito nel vocabolario identitario. La complessità è stata percepita come sospetta.

Il risultato è un cortocircuito.

Non perché esistano critiche legittime alle scelte militari di Israele. Quelle appartengono al dibattito democratico. Ma perché una parte significativa dell’élite culturale ha scelto di non sospendere il giudizio fino alla verifica dei fatti. Ha preferito iscrivere gli eventi in una narrazione già pronta.

Quando la teoria diventa prioritaria rispetto alla realtà, la realtà viene forzata.

E quando il giudizio morale precede l’accertamento, non si rafforza la giustizia. Si rafforza la polarizzazione.
Il Medio Oriente è entrato in una fase di instabilità sistemica. Ma l’Occidente ha rivelato qualcosa di altrettanto significativo: la difficoltà crescente di distinguere tra analisi e identità.

E se l’identità prevale sull’analisi, non è solo la politica a soffrirne. È la capacità stessa di comprendere il mondo.


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