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Emmy al film israeliano sui manifesti degli ostaggi strappati a New York

Il documentario Torn di Nimrod Shapira premiato negli Stati Uniti racconta lo scontro che ha diviso la società americana dopo il 7 ottobre

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Emmy al film israeliano sui manifesti degli ostaggi strappati a New York
Iimmagine generata con AI

I manifesti degli ostaggi israeliani strappati dai muri di New York sono diventati un film, e quel film ha appena conquistato un Emmy. Torn, il documentario del regista israelo-americano Nimrod Shapira, ha vinto il premio nella categoria dedicata ai documentari culturali alla 69ª edizione dei New York Emmy Awards. Un riconoscimento arrivato pochi giorni dopo il terzo anniversario del massacro del 7 ottobre, mentre il ricordo degli ostaggi continua a rappresentare una delle ferite più profonde della società israeliana.

Il film racconta una vicenda apparentemente circoscritta, che nel giro di poche settimane si trasformò in un conflitto politico e morale di dimensioni internazionali. Dopo l’attacco di Hamas, nelle strade di New York, come in quelle di numerose altre città occidentali, cominciarono a comparire manifesti con le fotografie degli israeliani rapiti e portati nella Striscia di Gaza. Erano accompagnati dalla scritta Kidnapped, rapito, e avevano uno scopo elementare, ricordare che dietro i numeri e le dichiarazioni ufficiali esistevano persone, famiglie, vite improvvisamente interrotte.

Ben presto quei fogli diventarono oggetto di una battaglia furibonda. Alcuni cittadini li affiggevano, altri li strappavano, spesso sotto gli occhi dei passanti e delle telecamere dei telefoni cellulari. Le immagini degli scontri si diffusero sui social network, provocando indignazione, accuse reciproche e discussioni sulla libertà di espressione, sull’antisemitismo e sulla guerra fra Israele e Hamas.

Shapira ha deciso di raccontare proprio questa battaglia combattuta sui marciapiedi, davanti alle vetrine dei negozi e sui muri della metropoli americana. Il titolo, Torn, significa «strappato» e allude tanto ai manifesti rimossi quanto alle lacerazioni che la vicenda ha prodotto nella società statunitense.

Il documentario segue il conflitto attorno a quelle fotografie, mostrando come un’iniziativa civile nata per richiamare l’attenzione sulla sorte degli ostaggi sia diventata uno dei simboli più controversi del clima politico successivo al 7 ottobre.

La questione centrale riguarda il significato attribuito a quelle immagini. Per chi le affiggeva, rappresentavano una richiesta di solidarietà verso persone sequestrate da un’organizzazione terroristica. Per chi le contestava, erano invece parte di una battaglia politica sulla guerra a Gaza e sulla responsabilità di Israele. La distanza fra queste interpretazioni ha finito per trasformare anche il semplice gesto di lasciare una fotografia su un muro in una presa di posizione pubblica.

Il regista, formatosi all’Università di Tel Aviv e già ricercatore presso il MIT Open Documentary Lab, ha costruito il racconto attraverso le testimonianze di dieci newyorkesi, fra artisti, attivisti e familiari degli ostaggi. Il risultato è un’indagine sulle difficoltà di riconoscere la sofferenza altrui quando l’appartenenza politica finisce per determinare perfino chi meriti compassione.

In un intervento pubblicato il 7 ottobre dalla Jewish Telegraphic Agency, Shapira ha raccontato che, durante una proiezione universitaria, alcuni studenti gli avevano chiesto conto della presunta «bianchezza» dei volti raffigurati sui manifesti. Una domanda che lo aveva colpito profondamente, considerando che fra gli ostaggi figuravano persone di origini diversissime, compreso un anziano ebreo iracheno sopravvissuto al pogrom del Farhud del 1941.

Torn, già presentato in numerosi festival e distribuito negli Stati Uniti attraverso PBS, era candidato agli Emmy anche per la regia. La vittoria del 10 ottobre conferma l’interesse suscitato da un’opera che affronta uno degli aspetti più inquietanti del clima culturale seguito al massacro di Hamas.

Perché dietro quei manifesti strappati rimane una domanda difficile da eludere. Che cosa accade a una società quando perfino la fotografia di un bambino rapito diventa un’immagine da cancellare? Il film di Shapira lascia che siano i protagonisti a confrontarsi con questa domanda. E il premio conquistato a New York offre ora a quella riflessione un pubblico ancora più vasto.