Sullo scacchiere internazionale e a maggior ragione su quello mediorientale, gli Emirati Arabi Uniti contano molto senza fare tanto rumore. In una regione attraversata da conflitti, crisi identitarie e leadership urlate, Abu Dhabi ha scelto una strada ben diversa: meno ideologia, più controllo; meno proclami, più leve reali. Il risultato è uno Stato piccolo per dimensioni, ma grande per influenza, che negli ultimi anni ha saputo ritagliarsi un ruolo centrale senza esporsi inutilmente.
Al vertice c’è Mohammed bin Zayed, presidente degli Emirati e architetto di una linea politica fondata su stabilità interna, sicurezza preventiva e proiezione selettiva all’estero. MBZ – che poi è l’acronimo con il quale viene citato da tutti – governa come uno stratega riducendo le variabili, neutralizzando i rischi prima che esplodano, investendo su ciò che garantisce ritorni di lungo periodo. Il pluralismo politico non rientra nel progetto; l’efficienza sì.
All’interno, gli Emirati sono uno Stato iper-controllato e altamente funzionale. L’economia è diversificata, la finanza solida e le infrastrutture decisamente avanzate. Il patto sociale è semplice e finora ha dimostrato la sua efficacia: prosperità in cambio di obbedienza politica. A differenza di altre monarchie della regione, Abu Dhabi non teme particolarmente l’opinione pubblica: la gestisce, la disinnesca e alla fin fine, la rende irrilevante. Il risultato è una stabilità che non nasce dal consenso, ma dalla previsione.
Sul piano regionale, gli Emirati hanno progressivamente abbandonato l’interventismo muscolare per una logica politica più raffinata. Dopo l’esperienza yemenita, costosa e poco redditizia, Abu Dhabi ha scelto di ridurre l’esposizione diretta e di puntare almeno su quattro leve, e cioè influenza economica, sicurezza, intelligence e diplomazia. È un cambio di passo che non indica debolezza, ma maturità strategica. E’ ormai chiaro a tutti che gli Emirati preferiscono essere ritenuti indispensabili piuttosto che considerati protagonisti visibili.
Il dossier islamista resta uno dei pilastri della politica emiratina. Per Abu Dhabi, i Fratelli musulmani e le loro derivazioni rappresentano una minaccia esistenziale e non un interlocutore politico. Questa lettura ha guidato scelte dure in Egitto, Libia e nel Golfo, e continua a orientare una linea di tolleranza zero verso qualsiasi forma di islam politico organizzato. In questo senso, gli Emirati si presentano come uno dei principali baluardi regionali contro la politicizzazione dell’Islam.
Il rapporto con Israele rientra in questa logica. Gli Accordi di Abramo non sono stati un gesto simbolico, ma una scelta freddamente strategica fatta di cooperazione tecnologica, di sicurezza, di difesa e di accesso a reti occidentali avanzate. Dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza, Abu Dhabi ha abbassato i toni pubblici, evitando rotture e mantenendo aperti i canali. Ed esercitando una critica calibrata e una cooperazione silenziosa. Ancora una volta, dunque, all’insegna della gestione del rischio.
Gli Emirati guardano con attenzione anche al confronto tra grandi potenze. Rafforzano i legami con Stati Uniti ed Europa, ma dialogano senza timidezze con due giganti come Cina e Russia. Non cercano lo scontro con l’Occidente, ma neppure la subordinazione. L’obiettivo è massimizzare autonomia e rilevanza e ridurre la dipendenza da un solo ombrello strategico.
In un Medio Oriente sempre più polarizzato, Abu Dhabi ha scelto di gestire un potere silenzioso. Non guida le piazze, non incendia il racconto mediatico e non si propone come coscienza morale della regione. Preferisce invece incidere dietro le quinte, attraverso strumenti precisi come accordi, investimenti e capacità di influenza. La sua è una strategia fredda, spesso criticata, ma finora efficace.
Gli Emirati Arabi Uniti non sono un modello esportabile, né hanno la pretesa di esserlo, ma sono semmai un laboratorio di autoritarismo efficiente, che funziona finché crescita, sicurezza e controllo restano allineati. Finché questo equilibrio tiene, Abu Dhabi continuerà a essere uno degli attori più lucidi — e più sottovalutati — di tutto il Medio Oriente.
Il punto. Emirati Arabi Uniti, il potere silenzioso
Il punto. Emirati Arabi Uniti, il potere silenzioso

