L’Egitto continua a presentarsi come un pilastro di stabilità regionale. Ma è una stabilità fondata sull’apparato di sicurezza, sull’esercito e su un controllo capillare dello spazio politico. Il Paese guidato da Abdel Fattah al-Sisi non è sull’orlo del collasso, ma non si può certo dire che attraversi una fase di serenità. È piuttosto un gigante demografico ed economico che avanza sotto carico, trattenendo le crepe prima che diventino fratture.
Il potere al Cairo è fortemente centralizzato. L’esercito non è solo una forza armata, ma il perno dello Stato, il principale attore economico, il garante ultimo dell’ordine. Il sistema politico è stato svuotato di pluralismo reale con l’opposizione marginalizzata o repressa, i Fratelli musulmani, dopo la stagione di Morsi, messi fuori legge e spinti nella clandestinità. Questo assetto ha garantito continuità e prevedibilità, ma al prezzo di una crescente rigidità.
La principale vulnerabilità dell’Egitto è sicuramente economica. Inflazione, svalutazione della moneta, debito estero e aumento del costo della vita colpiscono una popolazione di oltre cento milioni di persone. I sussidi, da sempre strumento di pacificazione sociale, pesano su un bilancio già fragile e il governo cerca ossigeno attraverso investimenti del Golfo e accordi finanziari internazionali, ma il malcontento resta diffuso, soprattutto tra i giovani urbani e le classi medio-basse.
Sul piano regionale, l’Egitto è tornato a essere un attore centrale, ma in una posizione delicata. Il confine con Gaza rappresenta il punto più sensibile. Dopo il 7 ottobre e la guerra tra Israele e Hamas, il Cairo si è trovato stretto tra esigenze contraddittorie: contenere Hamas, evitare un collasso umanitario a Gaza e impedire che il conflitto travalichi il Sinai. La paura strategica egiziana è chiara: un afflusso massiccio di profughi palestinesi che altererebbe equilibri già fragili e trasformerebbe il Sinai in una polveriera permanente.
Il rapporto con Israele resta improntato a un pragmatismo freddo. Il trattato di pace tiene, la cooperazione di sicurezza è reale e costante, soprattutto contro le reti jihadiste nel Sinai. Ma sul piano pubblico il Cairo deve mantenere una posizione critica, per non perdere legittimità nel mondo arabo e presso la propria opinione pubblica. È insomma una diplomazia a doppio registro, che può funzionare finché la tensione resta sotto controllo.
L’Egitto guarda con attenzione anche agli altri fronti. La Libia resta instabile e vicina; il Sudan è precipitato nel caos; il Mar Rosso è diventato una rotta insicura a causa delle azioni degli Houthi, con effetti diretti sul Canale di Suez, una delle principali fonti di valuta del Paese. Ogni crisi regionale ha un impatto immediato sul Cairo, che non può permettersi scosse prolungate.
Sul piano interno, il regime di al-Sisi appare solido ma poco elastico. La repressione preventiva ha ridotto il rischio di esplosioni improvvise, ma ha anche prosciugato spazi di sfogo e mediazione. La stabilità, in questo contesto, non è il risultato di consenso diffuso, ma di controllo e deterrenza.
Non si può ragionevolmente sostenere che l’Egitto di oggi sia uno Stato in disfacimento. È invece uno Stato che tiene, pur se sotto sforzo costante. La sua forza è la capacità di contenere crisi multiple; la sua debolezza è che ogni crisi consuma risorse, pazienza sociale e margini politici. In un Medio Oriente attraversato da scosse profonde, il Cairo resta un attore imprescindibile. Ma anche uno dei più esposti al rischio che la stabilità, a forza di essere armata, diventi sempre più fragile.
Il punto. Egitto, la stabilità armata di un gigante stanco
Il punto. Egitto, la stabilità armata di un gigante stanco

