Per due anni, la vita di Segev Kalfon è stata un rettangolo di cemento sotterraneo: due metri per uno, un materasso sporco, cinque uomini che respiravano la stessa aria stantia. Ogni giorno era identico al precedente, scandito da una razione di cibo così scarsa da diventare un evento, un frammento di tempo che spezzava l’eternità del buio. La fame era così profonda che, a un certo punto, poteva contare le vertebre della sua schiena come fossero nodi di una corda che lo teneva in vita.
Prima del rapimento, Segev era un ragazzo qualunque: lavorava nella panetteria di famiglia ad Arad, studiava finanza, andava ai festival con gli amici. Il 7 ottobre 2023, quando i razzi hanno iniziato a cadere, lui e il suo migliore amico hanno provato a salvare chi potevano. Ricorda ancora il cassonetto giallo dove un gruppo di ragazzi si era nascosto. Li ha implorati di seguirlo. Dopo la liberazione ha scoperto che non ce l’avevano fatta.
Nel tunnel, il tempo si era deformato. Ogni ora sembrava un giorno, ogni giorno un mese. Le torture arrivavano senza preavviso: catene da bicicletta usate come fruste, pugni con anelli pesanti che lasciavano lividi profondi. A volte non aveva nemmeno la forza di gridare. “Trenta metri sotto terra”, diceva, “non ti sente nessuno”.
Eppure, in quel buio, qualcosa continuava a pulsare. La fede, minuscola e ostinata. A casa, la sua famiglia riempiva le stanze di libri religiosi e oggetti rituali, come se potessero costruire un ponte invisibile fino a lui. Nel tunnel, gli ostaggi celebravano lo Shabbat con ciò che avevano: un po’ d’acqua, pita ammuffita, un quadrato di carta igienica trasformato in kippah. Un gesto fragile, ma sufficiente a ricordare che erano ancora esseri umani.
Una radio, consegnata dai carcerieri per tentare di convertirli, captava a volte segnali israeliani. In un momento di disperazione, quando Segev stava seriamente pensando di tentare la fuga — un gesto che probabilmente lo avrebbe ucciso — ha acceso la radio e ha sentito la voce di sua madre. È stato come un messaggio dal mondo dei vivi: resisti ancora un po’.
La liberazione è arrivata il 13 ottobre 2025, grazie a un cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti. Quando è tornato a casa, la sua famiglia aveva appeso bandiere americane ovunque. Lui, invece, era ancora sospeso tra due mondi: quello dei vivi e quello dei sopravvissuti.
Ora Segev vive a Dimona, circondato da medici, psicologi, giornalisti, persone che vogliono abbracciarlo, fotografarlo, ascoltarlo. È un ribaltamento totale: per due anni ha vissuto cercando di compiacere i suoi carcerieri per ottenere un sorso d’acqua o evitare un pestaggio; ora tutti cercano di compiacere lui. Non si sente un eroe. “Ogni persona vuole sopravvivere”, dice.
La notte è il momento più difficile. Basta un rumore, un colpo di vento, un oggetto che cade, e il tunnel ritorna. Il materasso sporco ritorna. Le catene ritornano. Dorme pochissimo. “La guerra a Gaza è finita”, dice, “ma ora comincia la guerra con la mia anima”.
Per questo vuole parlare. Vuole raccontare ciò che ha vissuto, soprattutto ora che vede crescere antisemitismo, negazionismo, ostilità. “Sono la prova che è successo”, ripete. “L’ho sentito sul mio corpo. L’ho visto con i miei occhi”.
Due anni sotto terra: la vita rubata di Segev Kalfon
Due anni sotto terra: la vita rubata di Segev Kalfon

