Mentre gli Usa battezzano la loro prima unità operativa di droni kamikaze pronta a entrare in azione contro l’Iran, Mosca rafforza Teheran vendendole sistemi antidroni portatili per tentare di ricostruire una difesa aerea gravemente indebolita dagli ultimi conflitti.
Negli Stati Uniti, come ha riferito l’agenzia Bloomberg, l’unità specializzata in droni suicidi — nota come Task Force Scorpion — è stata portata a piena operatività. Quella che era nata come una struttura sperimentale e temporanea è stata consolidata, inserita nella catena di comando e resa pronta a missioni concrete nel teatro mediorientale. L’obiettivo dichiarato è duplice: da un lato aumentare la pressione su Teheran in un momento in cui i negoziati sul programma nucleare proseguono a fasi alterne; dall’altro dotare l’esercito americano di una capacità rapida, economica e flessibile in grado di rispondere a minacce specifiche, senza ricorrere esclusivamente a velivoli complessi e multimilionari.
Questa scelta riflette un vero cambio di paradigma nella strategia americana: negli ultimi anni il campo di battaglia si è evoluto verso conflitti caratterizzati da sciami di velivoli senza pilota, saturazione delle difese e perdita frequente dei mezzi. Di conseguenza, il Pentagono ha puntato su droni leggeri, economici e numerosi, capaci di operare autonomamente o in coordinamento con missioni più ampie. Il loro impiego può essere unidirezionale, mirato a colpire obiettivi specifici, ma anche adattabile a ricognizione e supporto marittimo, riducendo la necessità di intervento umano nelle fasi finali della missione. Il costo contenuto, stimato nell’ordine delle decine di migliaia di dollari, rende l’operazione sostenibile anche in scenari ad alto logoramento.
Un primo test operativo della Task Force è già stato condotto nel Golfo Persico, con il lancio di uno dei nuovi droni dal ponte di una nave da guerra statunitense presente nella regione. Il successo di questa prova conferma che la capacità non è solo teorica: è pronta a essere utilizzata in operazioni reali. Questo segna una differenza fondamentale rispetto ai droni di grandi dimensioni e costosi, che negli ultimi anni avevano dominato la strategia americana ma risultano poco adatti a conflitti in cui la perdita del mezzo è probabile e frequente.
Sul fronte opposto l’Iran cerca di riparare a una difesa aerea gravemente compromessa. La guerra di giugno 2025 con Israele, durata dodici giorni, e precedenti attacchi nel 2024 avevano causato gravi danni alle batterie missilistiche del paese, comprese quelle a lungo raggio di produzione russa, lasciando ampi spazi vulnerabili nella copertura del territorio. La necessità di ricostruire una capacità difensiva efficace ha portato Teheran a rivolgersi nuovamente a Mosca per sistemi portatili moderni in grado di contrastare droni e velivoli a bassa quota.
Secondo quanto riferito dal Financial Times, Mosca e Teheran hanno concluso un accordo da circa 495 milioni di euro per la fornitura di sistemi di difesa aerea portatili 9K333 Verba. Si tratta di sistemi antidroni e antiaerei a spalla — i cosiddetti MANPADS — utilizzabili da singoli operatori per colpire droni, elicotteri o velivoli a bassa quota fino a circa 6 chilometri di distanza e a diverse migliaia di metri di altitudine. La loro principale funzione è intercettare minacce leggere o a bassa quota, offrendo una difesa rapida e mobile senza necessità di installazioni complesse.
Il contratto prevede la consegna di 500 lanciatori dotati di mirini termici e 2.500 missili 9M336. Tuttavia, le forniture saranno scaglionate tra il 2027 e il 2029, il che implica che la maggior parte dei sistemi non sarà disponibile nell’immediato. In altre parole, la difesa iraniana potenziata dai Verba non rappresenterà un deterrente immediato contro un eventuale attacco americano nel breve periodo, e la loro efficacia contro operazioni aeree su larga scala resta limitata.
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