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Dopo Khamenei, la prova decisiva

Il regime iraniano è più isolato che mai, ma la sua dissoluzione non è scritta: ora la sfida è trasformare il vantaggio militare in un esito politico duraturo per l’Iran e per il Medio Oriente

Lodovico Festa

Tempo di Lettura: 3 min
Dopo Khamenei, la prova decisiva

Alla fine Alì Khamenei, assieme a molti dei suoi sicari ai più alti livelli dello Stato e delle forze militari iraniane, a partire dai capi di quella setta di assassini che sono i Pasdaran, ha risposto dei suoi delitti commessi in tutto il Medio Oriente e di quelli terribili più recenti contro il proprio stesso popolo, contro studenti e ragazze, bazaris e cittadini che chiedevano la libertà.

Un senso rabbioso d’impotenza di chi non sopportava che venissero stroncate decine di migliaia di giovani con tutte le loro speranze e sogni ancora da vivere, ci ha accompagnato per qualche mese, poi i protagonisti di queste terribili crudeltà hanno ricevuto la loro paga.
Ora il problema è come dare uno sbocco a un’impresa che è diventata inevitabile quando i capi degli assassini non hanno voluto rinunciare agli strumenti (preparativi per la bomba atomica, missili a lunga gittata, finanziamenti a criminali terroristi in Medio Oriente e in tutto il mondo) dei loro delitti non solo domestici ma globali.

Alcune scene di gioia a Teheran per la morte del “boja in capo” ricordano a noi italiani i giorni del 25 luglio 1943 quando venne deposto Benito Mussolini, e il ritorno in piazza dei fanatici seguaci degli ayatollah, non rimuove il valore eroico di chi ha sfidato la morte per manifestare per la libertà della propria nazione.

Che vi sia ormai una frattura tra popolo e regime omicida, è evidente. Però che vi sia un’ancora prevalente parte di forze armate, fanatizzate da una distorta predicazione religiosa, pro regime, è altrettanto chiaro. Alcuni segnali di divisioni anche tra i Pasdaran sono interessanti e sicuramente CIA e Mossad hanno più informazioni di chi è solo un osservatore, però non mi pare che siano ancora in atto spostamenti nei rapporti di forza nell’esercito, nella polizia e nelle milizie controllate dagli ayatollah, tali che facciano sperare in una rapida dissoluzione del regime.

Quel che è più interessante oggi è l’isolamento che gli ayatollah hanno nel mondo: rilevante è l’atteggiamento di sauditi ed emiratini, ma anche importante è la presa di posizione di un Pakistan legato a un’altra potenza decisiva come la Turchia. Non secondario è, poi, un certo defilarsi, tutto sommato, di Pechino (più veemente nelle proteste) e di Mosca (solo poca solidarietà verbale).

Al di là delle meschinità di un Pedro Sánchez che per restare in sella ha bisogno di una sinistra estrema con una certa base nell’immigrazione islamica radicalizzata (fenomeno diffuso oltre che in Spagna, dalla Francia alla Gran Bretagna), al di là del non saper resistere a impropri protagonismi di Emmanuel Macron, la Commissione europea, Friedrich Merz, l’asse mediterraneo Italia-Grecia e, fuori dalla Ue, la Gran Bretagna hanno ricordato il ruolo disgregatore svolto dall’Iran, pur comprensibilmente invitando alla descalation e alla trattativa.

Il problema adesso è quello di trasformare questa disposizione internazionale, relativamente ma significativamente positiva, in iniziative che isolino sempre più il regime omicida iraniano (sarebbe importante in questo senso un’azione degli occidentali verso gli sciiti iracheni che in tanti e da tempo si sono differenziati dai seguaci del fanatismo khomeinista) e lo disgreghino, magari imponendogli innanzi tutto di accettare le condizioni poste da americani e israeliani, e quella di cessare di massacrare il proprio popolo. Una situazione internazionale così positiva, dovrebbe anche consentire di chiudere i conflitti che da lungo tempo riguardano Libano, Gaza e Cisgiordania: il che costituirebbe un’altra importante tappa per seppellire definitivamente il fanatismo omicida degli ayatollah.


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