Parlare della condizione delle donne in Iran è facile da un lato e difficile dall’altro. Facile perché le donne iraniane non hanno diritti e quindi si tratta di redigere un lungo elenco di cose che non possono fare. Difficile, perché per raccontare davvero ciò che accade occorre interrogarsi su un altro tema, altrettanto inquietante: il silenzio delle femministe occidentali di fronte a quella che non è una semplice discriminazione, ma una vera e propria schiavitù basata sul genere.
In Iran le donne non sono cittadine a pieno titolo, né giuridicamente, né socialmente, né culturalmente. La Repubblica islamica ha costruito un sistema legale in cui il corpo femminile è proprietà dello Stato e dell’ideologia religiosa che lo governa. Non esiste ambiguità, non esiste zona grigia: l’inferiorità della donna è scritta nella legge.
Le donne iraniane non possono scegliere come vestirsi: il velo è obbligatorio per legge e la sua violazione comporta arresti, multe, frustate e carcere.
Non possono testimoniare in tribunale come gli uomini perché la loro parola vale la metà.
Non possono ereditare in modo paritario.
Non possono divorziare liberamente, mentre l’uomo può farlo quasi senza vincoli.
Non possono decidere della custodia dei figli, che può essere loro sottratta se giudicate “immorali”.
Non possono viaggiare o lavorare senza il consenso del marito o del tutore maschile.
Non possono andare in bicicletta.
Non possono accedere a molte carriere pubbliche, dalla magistratura alle alte cariche politiche.
Non possono cantare in pubblico, ballare, esistere liberamente nello spazio pubblico.
E, non bastasse quanto sopra, c’è un punto che più di ogni altro rende impossibile parlare di “sfumature culturali”: in Iran le bambine possono essere date in sposa per legge.
Il Codice civile iraniano fissa l’età minima per il matrimonio a 13 anni per le ragazze, ma prevede una clausola decisiva: con il consenso del tutore legale e l’autorizzazione di un giudice, l’età può essere ulteriormente abbassata. Questo significa che non esiste un limite minimo assoluto, e che anche bambine di 9 o 10 anni possono essere legalmente date in sposa. Non si tratta di un’interpretazione ideologica, ma di una possibilità prevista dall’ordinamento giuridico della Repubblica islamica.
Ogni anno, migliaia di matrimoni registrati coinvolgono minorenni sotto i 14 anni, con conseguenze devastanti: gravidanze precoci, abbandono scolastico, dipendenza economica totale, esposizione a violenze domestiche e sessuali. In questi casi il matrimonio non è una scelta, ma una sottrazione dell’infanzia legalizzata, una forma di controllo del corpo femminile che in qualunque Paese democratico sarebbe definita senza esitazione abuso.
Come abbiamo già scritto, esiste anche un sito iraniano, regolarmente autorizzato dallo Stato, che permette ai genitori di iscrivere alla “ricerca del coniuge” bambine di tredici anni.
In Iran, secondo studi e analisi indipendenti, tra il 50 e il 66 per cento delle donne ha subito violenza domestica nel corso della vita, in un sistema giuridico che non criminalizza efficacemente l’abuso familiare e scoraggia le denunce, trasformando la violenza contro le donne in un fenomeno strutturale e largamente impunito.
A tutto questo si aggiunge una sorveglianza costante: polizia morale, telecamere, delazioni, punizioni esemplari. È un sistema che usa la violenza fisica e psicologica come strumento di controllo, e che colpisce soprattutto le donne più giovani.
Nel Global Gender Gap Report 2025 – l’indice annuale elaborato dal World Economic Forum che misura la parità di genere in economia, istruzione, salute e partecipazione politica – l’Iran si colloca al 145° posto su 148 Paesi, con un punteggio molto basso di parità di genere, tra le peggiori performance globali insieme a Paesi come Pakistan, Sudan e Ciad.
Eppure, proprio le donne sono il cuore della ribellione. Lo dimostrano le proteste esplose dopo l’uccisione di Mahsa Amini, lo dimostra il movimento “Donna, Vita, Libertà”, lo dimostrano i gesti quotidiani di disobbedienza: togliere il velo, mostrarsi in pubblico, studiare, parlare, filmare, denunciare. Ogni gesto ha un costo altissimo. Molte pagano con il carcere, la tortura, l’esilio, talvolta con la vita.
Di fronte a tutto questo, il silenzio dei maggiori gruppi femministi occidentali è stupefacente. Le stesse organizzazioni che mobilitano campagne globali su linguaggio inclusivo, quote di genere o micro-discriminazioni nei Paesi democratici faticano a pronunciare qualunque parola su un regime che priva milioni di donne di ogni diritto fondamentale. Non servono interpretazioni culturali, non servono contesti: qui non siamo davanti a “diversità”, ma a oppressione sistemica.
Il femminismo che tace sull’Iran tradisce sé stesso. Perché se non si è capaci di chiamare schiavitù la schiavitù, allora il problema non è l’Occidente, non è l’imperialismo, non è il colonialismo culturale. Il problema è un’ideologia che ha smesso di difendere le donne in carne ed ossa in nome di strategie politiche antioccidentali.
Donne schiave in Iran, femministe mute in Occidente
Donne schiave in Iran, femministe mute in Occidente

