Chiariamolo subito: l’Iftar non è un problema. Partecipare alla cena con cui i musulmani interrompono il digiuno durante il Ramadan non è un gesto di sottomissione culturale, né una capitolazione identitaria. È, al contrario, una forma di rispetto e di apertura che, in una società plurale, può avere un senso autentico. Il dialogo interreligioso è un valore, non una debolezza.
Eppure, quanto accaduto sabato scorso a Bologna lascia più di un interrogativo. L’ex presidente del Consiglio Romano Prodi, il sindaco Matteo Lepore e il cardinale Matteo Maria Zuppi, presidente della Conferenza Episcopale Italiana, si sono seduti alle lunghe tavolate dell’Iftar Street in piazza Lucio Dalla. Fin qui, nulla di scandaloso. Il problema è chi c’era con loro.
Yassine Lafram, imam della comunità islamica bolognese ed ex presidente dell’UCOII, l’Unione delle Comunità Islamiche d’Italia, era uno dei protagonisti della serata. Per chi non lo sapesse, l’UCOII è da anni indicata da analisti e servizi di intelligence europei come l’organizzazione italiana più vicina alla Fratellanza Musulmana. Non un’associazione qualsiasi: i Fratelli Musulmani sono il movimento islamista fondato in Egitto nel 1928, considerato da molti Paesi occidentali e dallo stesso Parlamento europeo come un’organizzazione che merita almeno una seria valutazione in termini di compatibilità con i valori democratici.
Ma c’è di più. Lafram non è solo un rappresentante di un’organizzazione controversa. A settembre si era imbarcato sulla Flotilla diretta a Gaza. A novembre, stando a quanto riportato, aveva partecipato a riunioni con Mohammad Hannoun, poi arrestato in quanto ritenuto referente italiano di Hamas, per discutere proprio di quella spedizione e delle posizioni anti-israeliane. Durante l’Iftar bolognese, Lafram non ha perso l’occasione per commentare i bombardamenti americani in Iran con toni di condanna verso Washington e Tel Aviv.
Ed è qui che il quadro cambia completamente. Non si tratta di essere contrari al dialogo interreligioso: si tratta di chiedersi con chi si dialoga e cosa si legittima con la propria presenza. Quando tre figure di primo piano della vita pubblica italiana, un ex premier, il primo cittadino di una grande città e il vertice dei vescovi cattolici, siedono accanto a un rappresentante dell’islam politico di ispirazione Fratellanza Musulmana, il messaggio che passa non è quello della fraternità universale. È quello di una legittimazione istituzionale a un soggetto che non ha mai chiarito fino in fondo il suo rapporto con la democrazia liberale, con la parità di genere, con la libertà religiosa.
Certo, Zuppi ha parlato di fratellanza e cammino comune. Prodi ha invocato il diritto internazionale. Parole belle, in astratto. Ma le parole vanno contestualizzate. E il contesto, in questo caso, è quello di un evento in cui chi siede accanto a loro ha legami documentati con reti e individui che l’Occidente democratico guarda con preoccupazione crescente.
Ancora una volta, dunque: l’Iftar non è il problema. Il problema è con chi si sceglie di farlo.
Dialogo sì, ma con chi? Il caso dell’Iftar di Bologna