Home > Focus Iran > Deportare omosessuali in Iran vuol dire condannarli a morte

Deportare omosessuali in Iran vuol dire condannarli a morte

L’amministrazione Trump vuole davvero liberare gli iraniani dal regime degli ayatollah?

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 4 min
Deportare omosessuali in Iran vuol dire condannarli a morte

Donald Trump continua a oscillare tra dichiarazioni muscolari e scelte contraddittorie. Poi è normale che qualcuno paragoni la sua personalità a quella di un “alcolizzato” (copyright di Susie Wiles, capo dello staff della Casa Bianca).

Da un lato minaccia apertamente l’Iran, arrivando a evocare persino un conflitto qualora il regime dovesse colpire ulteriormente il proprio popolo. Dall’altro, la sua amministrazione sta portando avanti un piano che rischia di consegnare direttamente cittadini iraniani nelle mani di quello stesso governo che il presidente definisce brutale, violento e responsabile della distruzione del Paese, che alla fine sta bene a molti (monarchie del Golfo, cinesi, russi, occidentali!) perché un Iran libero, nuovo e ricco farebbe paura a coloro che preferiscono l’attuale e già conosciuto regime a un regime change.

Ma questo è un altro discorso, torniamo a quanto denunciato dal National Iranian American Council, organizzazione no-profit che monitora la situazione della diaspora iraniana, secondo cui l’amministrazione Trump avrebbe programmato un nuovo volo di deportazione verso l’Iran.

L’allarme è stato lanciato giovedì, e il giorno successivo è arrivata la conferma da parte di avvocati specializzati in immigrazione, che seguono diversi casi ad alto rischio. Tra questi, anche cittadini iraniani appartenenti alla comunità LGBT, per i quali il rimpatrio potrebbe tradursi in arresti, torture o addirittura condanne a morte.

Jamal Abdi, presidente del NIAC, ha parlato apertamente di un paradosso politico e morale. La stessa amministrazione che, durante le recenti repressioni in Iran, aveva assicurato agli iraniani che “gli aiuti erano in arrivo”, oggi starebbe costringendo alcune di quelle persone a salire su un aereo e a tornare sotto il controllo dei loro persecutori. Parole di solidarietà che, in questo contesto, suonano vuote, soprattutto se accompagnate da pratiche che espongono individui vulnerabili a ritorsioni certe.

Non si tratterebbe di un episodio isolato. Questo volo sarebbe almeno il terzo diretto in Iran, dopo quelli organizzati a settembre e dicembre, che avevano già sollevato forti polemiche. In quelle occasioni erano stati deportati decine di iraniani, inclusi omosessuali e convertiti al cristianesimo, categorie perseguitate penalmente dal regime di Teheran. In almeno due casi, come riportato anche dalla BBC, cittadini cristiani rimpatriati sono stati successivamente convocati dai servizi di intelligence iraniani per interrogatori.

Le deportazioni avvengono mentre aumentano le accuse contro l’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione, accusata di pratiche abusive: detenzioni prolungate, condizioni degradanti, mancanza di garanzie procedurali e rimpatri forzati di persone con fondati timori di persecuzione. Il NIAC ha chiesto la sospensione immediata di tutte le deportazioni verso l’Iran e il ripristino delle procedure per asilo, rifugiati e visti, bloccate dall’amministrazione Trump attraverso il travel ban e altre misure restrittive. Parallelamente, l’organizzazione ha avviato un’azione legale per ottenere trasparenza sugli arresti di cittadini iraniani, cresciuti sensibilmente dopo la guerra di giugno, e sui dettagli dei voli di espulsione.

Nel frattempo, nonostante le denunce, l’amministrazione si prepara a rimpatriare circa quaranta iraniani già nei prossimi giorni. Tra loro ci sarebbe una coppia gay fuggita dall’Iran nel 2021 dopo essere stata incriminata per omosessualità. I due avevano chiesto asilo al confine statunitense all’inizio del 2025 e temono di essere giustiziati se costretti a rientrare nel Paese d’origine. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna degli Stati Uniti e il Ministero degli Esteri iraniano non hanno risposto alle richieste di chiarimento.

Trump, intanto, continua a descrivere l’Iran come “il peggior posto al mondo in cui vivere”, attribuendo la responsabilità alla leadership del Paese e parlando di livelli di violenza senza precedenti. Eppure, mentre queste parole vengono ripetute nelle interviste, la macchina delle deportazioni procede. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha sostenuto che tra gli espulsi vi sarebbero terroristi, trafficanti e sospetti agenti stranieri. Una versione smentita, almeno in parte, dalle organizzazioni per i diritti civili e dagli avvocati coinvolti. Dal lato iraniano, alcuni diplomatici hanno parlato addirittura di rientri volontari. Una narrazione che appare distante dai racconti di chi, oggi, teme seriamente per la propria vita.


Deportare omosessuali in Iran vuol dire condannarli a morte
Deportare omosessuali in Iran vuol dire condannarli a morte