Quando i voti diventano blocchi religiosi e la politica li insegue, il problema non è tanto chi chiede di più ma chi smette di rispondere. Nel dibattito sul referendum è comparsa una cifra che un qualche accidente di peso ce l’avrà pure, o no? Stiamo parlando di un milione e settecentomila voti musulmani considerati decisivi il che, detto così, sembra uno dei tanti noiosissimi numeri delle statistiche. E invece, ci dispiace ma non lo è affatto. Quel numero significa una cosa semplice.
Qui non si parla più di cittadini ma di blocchi. E i blocchi si corteggiano, si temono, si trattano.
Contemporaneamente, in piazza qualcuno alza la posta e usa parole che non lasciano spazio a equivoci. E cioè: sharia, identità religiosa, appartenenza politica. Qui dovrebbe scattare una risposta politica chiara. Invece no. Si minimizza, si sposta il discorso, si evita il conflitto per non perdere consenso.
Il punto è tutto qui. La questione non è la religione, ma semmai la democrazia. Se la politica accetta l’idea che esistano voti “di comunità” da inseguire, smette di rappresentare e comincia a contrattare. Il che vuol dire che non decide più, ma negozia. Non guida più, segue.
E quando la democrazia diventa una trattativa tra gruppi, resta in piedi solo la forma. Le elezioni si fanno, i numeri tornano, i governi nascono. Ma il contenuto cambia. E cambia in silenzio, perché dirlo esplicitamente costa troppo.
Il referendum, in fondo, è solo un passaggio di una trasformazione che è già iniziata. E far finta di non capirlo è il modo più rapido per subirla.
Democrazia o voto identitario: il referendum che nessuno vuole leggere
/span>