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Dall’Iran al mondo, la libertà scende in piazza

Le proteste attraversano continenti mentre a Roma, il 3 dicembre in piazza Santi Apostoli, Setteottobre chiama a raccolta chi non vuole restare indifferente

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Dall’Iran al mondo, la libertà scende in piazza

È struggente la speranza di una diaspora disperata, di uomini e donne che da decenni vivono lontano dal proprio Paese o al suo interno sotto una cappa di paura, e che nelle ultime ore hanno intravisto uno spiraglio dopo trentasei anni di dominio assoluto. È struggente perché nasce dal dolore, dalle carceri, dalle piazze insanguinate di gennaio, dai nomi pronunciati a bassa voce nelle case per timore delle ritorsioni. E tuttavia quella speranza, che nelle strade di Teheran, Isfahan, Shiraz e nelle città curde si è tradotta in musica, fuochi d’artificio e grida di “libertà”, sembra incontrare in Occidente uno sguardo distante, quasi infastidito da un evento che obbliga a prendere posizione.

Le immagini circolate sui social, benché rese difficili da verificare a causa dei blackout quasi totali di internet e telefonia, mostrano giovani che ballano accanto alle auto ferme, uomini e donne che si affacciano ai balconi per unirsi ai cori, monumenti abbattuti come simboli di un potere percepito come oppressivo. Il New York Times ha raccolto testimonianze di residenti di Teheran che parlano di musica persiana diffusa per le strade e di un senso di incredulità misto a sollievo. A Galleh Dar un uomo urla “benvenuto nuovo mondo” mentre una statua legata alla fondazione della Repubblica islamica viene trascinata giù tra le fiamme, e a Lapuee la folla si raduna davanti alla casa di un quindicenne ucciso durante le proteste di gennaio.

Secondo l’agenzia statunitense HRANA, oltre settemila persone sarebbero state uccise nella repressione di quelle manifestazioni, anche se il bilancio reale potrebbe essere più alto. Numeri che spiegano perché, in molte città, la morte della Guida Suprema sia stata vissuta come la fine di un’epoca segnata da controllo capillare e punizioni esemplari. Una donna di Isfahan, citata da Reuters, racconta di aver pianto per la gioia e di essere scesa in strada per condividere quel momento, pur chiedendo l’anonimato per paura di conseguenze.

Allo stesso tempo, in piazza Enghelab a Teheran, migliaia di persone vestite di nero hanno gridato “morte all’America” e “morte a Israele”, dando forma a un lutto che lo Stato ha ufficializzato con quaranta giorni di commemorazioni e con la proclamazione di giorni festivi. Un giovane studente di Mashhad ha dichiarato di essere pronto a sacrificare la propria vita per l’Islam e per la memoria della Guida, mentre un’insegnante di Shiraz ha confessato di temere un futuro simile a quello iracheno, evocando il rischio di caos e violenza dopo l’eliminazione di un leader da parte di potenze straniere.

Il Paese appare dunque sospeso tra esultanza e timore, tra il desiderio di un cambiamento radicale e la paura di un vuoto che potrebbe essere riempito da nuove lotte interne. La diaspora osserva con il cuore in gola, consapevole che ogni spiraglio può richiudersi e che il prezzo di un errore di calcolo sarebbe altissimo. In molte capitali occidentali, però, prevale un atteggiamento cauto, quasi burocratico, come se la sorte di milioni di persone potesse essere archiviata in una nota diplomatica.

La libertà non nasce per decreto e non si consolida con un singolo evento, ma l’energia che attraversa le piazze iraniane merita almeno uno sguardo attento e una solidarietà esplicita. Oggi, martedì 3 marzo, alle ore 18, a Roma in piazza Santi Apostoli, Setteottobre organizza una manifestazione per ribadire che la libertà non è una parola astratta e che l’indifferenza non è neutralità. La partecipazione dirà molto più di tanti commenti su chi ha davvero a cuore la dignità di un popolo e su chi preferisce voltarsi dall’altra parte.


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