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Il Punto. Dalla Bielorussia, senza amore

Il Paese che vive di rendita geopolitica tra Mosca e l’isolamento

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min

La Bielorussia è uno di quei Paesi europei che sembrano immobili, come se il tempo politico si fosse fermato a un’altra epoca. Formalmente indipendente dal 1991, di fatto guidata da oltre trent’anni dalla stessa mano, quella di Aleksandr Lukashenko, Minsk resta l’ultimo regime apertamente autoritario del continente, con un sistema di potere che si regge su repressione interna, controllo dei media e una dipendenza sempre più marcata dalla Russia. Le elezioni del 2020, considerate fraudolente dalla comunità internazionale, hanno segnato uno spartiacque definitivo, perché la repressione delle proteste ha chiuso ogni residuo spazio di ambiguità nei rapporti con l’Occidente e ha trasformato la Bielorussia in uno Stato sostanzialmente isolato, salvo poche eccezioni.

Sul piano economico il Paese sopravvive grazie a un modello ibrido, nel quale ampie porzioni dell’industria restano in mano pubblica, mentre i settori più dinamici, come l’IT e alcuni comparti manifatturieri, sono stati progressivamente svuotati dall’emigrazione di capitale umano verso Polonia, Lituania e Germania. Le sanzioni occidentali, rafforzate dopo l’invasione russa dell’Ucraina, hanno colpito duramente l’export di potassio, uno dei pilastri dell’economia bielorussa, e hanno ridotto l’accesso ai mercati finanziari internazionali. In questo quadro, la Russia è diventata il vero polmone economico del Paese, fornendo energia a prezzi calmierati e assorbendo una parte rilevante delle esportazioni, in cambio però di una crescente subordinazione politica e militare.

Dal punto di vista internazionale, la Bielorussia non è più un attore autonomo ma una pedina funzionale alla strategia del Cremlino. La concessione del proprio territorio per l’aggressione all’Ucraina ha sancito una perdita quasi totale di credibilità diplomatica, mentre i rapporti con l’Unione europea sono ridotti a canali tecnici minimi. Anche il tentativo di usare i flussi migratori come strumento di pressione sui confini orientali dell’UE ha contribuito a consolidare l’immagine di un regime disposto a tutto pur di negoziare da una posizione di forza che, nei fatti, non possiede più.

In questo contesto, i rapporti con Israele rappresentano un capitolo particolare e meno lineare di quanto si potrebbe pensare. Storicamente, la Bielorussia ha ospitato una delle più importanti comunità ebraiche dell’Europa orientale, quasi completamente distrutta durante la Shoah, e per anni Minsk ha mantenuto relazioni corrette, seppur fredde, con lo Stato ebraico. Lukashenko ha più volte cercato di presentarsi come garante della memoria dell’Olocausto, partecipando a commemorazioni ufficiali e coltivando rapporti pragmatici con Israele, soprattutto in ambito economico e turistico.

Negli ultimi anni, tuttavia, questa linea si è progressivamente incrinata. L’allineamento totale con Mosca, che dopo il 7 ottobre ha assunto toni sempre più ostili verso Israele, ha spinto Minsk ad adottare prese di posizione più critiche, in particolare nelle sedi internazionali. Pur evitando rotture clamorose, la Bielorussia ha ridotto il profilo della cooperazione bilaterale e ha scelto di muoversi in sintonia con l’asse russo-iraniano, sacrificando quella tradizionale prudenza diplomatica che in passato le consentiva di dialogare con interlocutori diversi.

La Bielorussia di oggi è dunque un Paese sospeso, prigioniero di un equilibrio che non controlla più, nel quale la sopravvivenza del regime viene prima di qualsiasi prospettiva di sviluppo o di apertura. Un Paese europeo che ha scelto, o forse subito, una collocazione ai margini, pagando il prezzo di una sovranità sempre più teorica e di un futuro che appare strettamente legato alle sorti di Mosca.


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