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Dal Donbass al Golfo, due fronti di una sola guerra

L’asse Russia-Iran e la vicinanza Israele-Ucraina illuminano il confronto globale tra dispotismo e democrazia

Giorgio Berruto

Tempo di Lettura: 6 min
Dal Donbass al Golfo, due fronti di una sola guerra

Che ci fosse un legame stretto tra la guerra scatenata da Putin con l’invasione prima della Crimea, poi del Donbass e infine dell’intera Ucraina (senza grande successo) e quella lanciata dai proxies iraniani contro Israele con i massacri del 7 ottobre 2023 e i missili da più fronti non è una novità. Eppure per molto tempo si è parlato della guerra in Ucraina e dei conflitti mediorientali – ce ne sono diversi e non tutti coinvolgono Israele, anche se di questi ultimi non si parla mai – come di crisi separate. Oggi è sempre più difficile sostenere questa lettura: i legami militari, politici e ideologici tra Russia e Iran ma anche in qualche modo tra Israele e Ucraina mostrano che i due fronti fanno parte di un unico sistema di conflitti interconnessi.

Solo uno straordinario esercizio di cecità e malafede – ma c’è chi ci riesce, sia a destra sia a sinistra – può impedire di vedere l’alleanza ogni giorno più esplicita tra Vladimir Putin e la Repubblica islamica. Da anni l’Iran fornisce alla Russia sostegno militare rilevante, in particolare con i droni kamikaze Shahed, usati su larga scala contro città e infrastrutture ucraine. Secondo stime occidentali questi velivoli senza pilota sono diventati una delle armi principali delle offensive russe, e tra le responsabili delle quotidiane uccisioni di civili e militari. Per questo l’Unione Europea ha imposto sanzioni specifiche proprio per il trasferimento di droni e componenti militari iraniani all’esercito russo.

La collaborazione non è però a senso unico. Mosca da anni sostiene Teheran su diversi piani: militare, tecnologico, politico e ideologico-propagandistico. Nella guerra civile siriana la Russia è intervenuta militarmente nel 2015 per salvare il regime di Bashar al-Assad, alleato strategico dell’Iran oggi residente a Mosca. In campo tecnologico la cooperazione è altrettanto evidente, con componenti di fabbricazione russa individuate nei droni lanciati dall’Iran in questi giorni su tutto il Medio Oriente e la collaborazione allo sviluppo del programma nucleare (civile, ufficialmente) con personale tecnico e ingegneri russi presenti sul territorio iraniano. L’appoggio è ancora più importante nelle sedi politiche e diplomatiche e nella propaganda. Dal 7 ottobre gli account social che hanno creato e diffuso a ripetizione menzogne e campagne contro Israele, in gran parte russi e cinesi, sono gli stessi che avevano diffuso prima complottismo sul Covid e poi la vulgata putiniana sul conflitto in Ucraina.

In numerose iniziative per mobilitare l’opinione pubblica in Occidente si sono saldate le visioni della premiata banda Putin-Hamas-Khamenei (se manca qualcuno, si aggiungano pure altri dittatori a piacere), basti pensare per l’Italia alle manifestazioni di sigle come ANPI, AVS e affini in cui vengono cacciate le bandiere ucraine o con il leone di Persia (per tacere di quelle israeliane), mentre si utilizzano gli identici slogan e si sventolano gli identici vessilli usati dagli assassini che il 7 ottobre massacravano, stupravano e bruciavano vivi ebrei colpevoli di essere ebrei.

Negli ultimi mesi questo intreccio è diventato ancora più esplicito. Di recente il presidente ucraino Zelensky ha affermato che la cooperazione tra Russia e Iran nel campo dei droni è ormai strutturale e comprende scambi tecnologici e produttivi. Sull’altro fronte, dopo che l’Ucraina ha offerto ad alcuni paesi mediorientali e occidentali la propria esperienza nella difesa anti-drone – maturata proprio contro gli attacchi russi con droni iraniani – il regime di Teheran ha reagito con minacce dirette. Il 14 marzo il presidente della commissione per la sicurezza nazionale del parlamento iraniano Ebrahim Azizi ha dichiarato che l’Ucraina potrebbe diventare un “bersaglio legittimo”, accusando Kyiv di sostenere Israele con competenze militari.

In questo scenario anche Israele ha dovuto rivedere alcune scelte strategiche. Per anni, soprattutto sotto i governi guidati da Netanyahu, Gerusalemme ha cercato di mantenere relazioni relativamente cordiali con Mosca con l’obiettivo pragmatico di evitare uno scontro diretto con la Russia e conservare margini di manovra per contenere l’espansionismo iraniano nella regione e soprattutto in Siria. Per quanto comprensibile, col senno di poi quella prudenza appare oggi un errore di valutazione e un inciampo morale.

L’ideologia politica putiniana conteneva già molti elementi che avrebbero dovuto mettere in guardia. Il nazionalismo russo contemporaneo, intriso di vittimismo e complottismo, riprende tratti dello stalinismo e di alcune correnti influenti di epoca zarista, a cominciare dall’idea “slavofila” che la modernità occidentale sia una forza dissolutrice e che dietro di essa agisca la figura dell’ebreo come “agente patogeno”. A questo si aggiunge una logica neoimperiale di potenza che aspira a ricostruire una sfera di influenza russa nello spazio postsovietico e oltre.

Negli ultimi mesi la cautela israeliana nei confronti della Russia sembra essersi progressivamente erosa proprio a causa dell’appoggio sempre più ampio ed esplicito di Mosca all’Iran, e i rapporti tra Israele e Ucraina si sono rafforzati: Kyiv ha offerto assistenza tecnologica nella difesa contro i droni iraniani, mentre Israele ha intensificato il proprio sostegno politico all’Ucraina. Quest’ultimo punto merita qualche dettaglio prendendo a esempio le votazioni in sede ONU. Nel periodo della presidenza Biden Israele si è espressa a favore delle mozioni di condanna dell’invasione russa (2 marzo 2022) e dell’annessione di territori ucraini (12 ottobre 2022), mentre il 24 febbraio 2025 si è astenuta allineandosi alla presidenza Trump su un testo che chiedeva una pace negoziata; è perciò molto significativo, e apparentemente poco commentato, che il 24 febbraio 2026, appena due giorni prima dell’offensiva contro l’Iran, Israele abbia votato a favore di una risoluzione a sostegno dell’integrità territoriale ucraina nonostante l’astensione degli Stati Uniti.

Siamo dunque di fronte a una nuova guerra mondiale “a pezzi”, per usare un’espressione diventata frequente negli ultimi anni? La risposta è sì e no. No, se si guarda alla scala della distruzione: nulla oggi è paragonabile alle due guerre mondiali del Novecento, in termini di vittime innanzitutto ma anche di sforzo complessivo dei paesi coinvolti. In un altro senso però la guerra è davvero mondiale.

Nell’epoca della globalizzazione – quindi almeno da centocinquant’anni – tutto è mondiale, guerre e paci: un terremoto in Giappone, un golpe in Sudamerica o una carestia in Nigeria hanno conseguenze su borse, migrazioni ed economie, oltre che ovviamente sulla cultura nel senso più ampio del termine e sull’opinione pubblica. Lo stesso vale nel caso di un conflitto nel Donbass o nello stretto di Hormuz. Le guerre di oggi non sono totali come nel Novecento, però sono sistemiche. Coinvolgono reti di alleanze, flussi finanziari, informazioni, tecnologie e propaganda che attraversano i continenti. Da Kherson a Gaza, dal Libano al Golfo Persico, dall’intifada “globalizzata” alla sua traduzione negli attacchi ormai quotidiani alle sinagoghe, i fronti sono molteplici ma interconnessi.

È questa rete di relazioni a far apparire sempre più chiaro ciò che per anni molti hanno preferito ignorare: che Ucraina, Israele e i manifestanti antiregime ammazzati per le strade a Teheran – così come Putin, Hamas, gli ayatollah e i loro numerosi tifosi nel comodo Occidente – non sono capitoli separati della storia contemporanea, ma parti di un unico grande confronto. Un confronto, in fondo, tra democrazia e dispotismo.


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