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Curdi: il popolo senza Stato che tutti usano e nessuno protegge

Quaranta milioni di persone, quattro Paesi e una solitudine che dura da un secolo.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Curdi: il popolo senza Stato che tutti usano e nessuno protegge

I curdi sono una nazione senza Stato. Non una minoranza inventata da qualche romanziere né un dettaglio etnico ai margini della Storia. I curdi sono uno dei popoli più numerosi al mondo privi di una sovranità propria. Cifre ufficiali non ce ne sono ma, sia pure per approssimazione, se ne contano tra i trenta e i quaranta milioni, sparsi in un’area che attraversa Turchia, Siria, Iraq e Iran. Quindi quattro confini e nessuna bandiera riconosciuta. La costante, quando si fa il loro nome, è che sono un problema. Niente di più. O meglio, quaranta milioni di problemi.

Il popolo curdo parla una lingua indoeuropea, non araba. Ha una cultura, una memoria storica e un’identità politica consolidate. I curdi non sono certo un’invenzione recente né il prodotto di qualche manipolazione occidentale. Basti pensare che la loro condizione attuale nasce dal crollo dell’Impero ottomano, quando le potenze vincitrici si impegnarono molto ma, ancora una volta, non mantennero nessuna promessa e da allora, ogni Stato che li ospita li considera un fattore di instabilità interna.

Ma cosa vogliono i curdi? Anche se le loro richieste dipendono dai differenti contesti, il punto chiave è sempre lo stesso: autonomia, diritti politici, un riconoscimento culturale effettivo e non astratto, non romantico, non letterario. In alcuni casi l’obiettivo è l’indipendenza, in altri una forte autogestione territoriale.

In Iraq hanno ottenuto una regione autonoma de facto, con un proprio governo e forze armate. In Siria, nel caos della guerra civile, hanno costruito un esperimento politico fragile ma quanto meno reale. In Turchia e in Iran, invece, la rivendicazione è trattata come una minaccia esistenziale allo Stato.

Ed è proprio qui che i curdi diventano “pericolosi”. Non perché minaccino altri popoli, ma perché mettono in discussione l’idea di Stato-nazione rigido, centralizzato, etnicamente omogeneo. Per Ankara, ogni affermazione curda è letta come una forma di separatismo. Per Teheran, invece, come contagio politico. Per Damasco, come tradimento. Per Baghdad, è tollerabile solo finché non chiede troppo.

Chi minacciano, dunque? In realtà, nessuno in quanto tale ma contestano – in varie forme, con varie voci – il controllo assoluto dei regimi sui propri territori. Minacciano insomma l’idea che l’ordine imposto con la forza sia intangibile. Ed è forse proprio per questo che sono minacciati da tutti.

Tanto che vengono bombardati, repressi, usati e poi scaricati. Alleati utilissimi contro lo Stato Islamico, diventano improvvisamente, e senza scrupoli, sacrificabili appena diventano scomodi. Difensori del territorio quando servono, vengono subito definiti “terroristi” quando chiedono diritti. La storia recente è una sequenza di promesse non mantenute e di silenzi imbarazzati.

Il paradosso è evidente: i curdi sono troppo grandi per essere ignorati, troppo divisi per vincere e troppo autonomi per essere accettati. Pagano il prezzo di vivere in una regione in cui la stabilità conta più della giustizia e ogni equilibrio, per quanto precario, più di ogni legittima e constatata verità.

Finché il Medio Oriente continuerà a essere governato dalla paura delle identità, i curdi resteranno dove sono sempre stati, al centro delle crisi e ai margini delle decisioni. Un popolo che tutti nominano quando serve ma che nessuno vuole davvero ascoltare, perché anche solo ascoltarli fa paura.


Curdi: il popolo senza Stato che tutti usano e nessuno protegge
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