“Sono tornato dall’incontro con il diavolo”. Per Rom Braslavsky il diavolo ha il volto dei terroristi di Hamas e della Jihad islamica che lo hanno tenuto prigioniero a Gaza per 783 giorni. Torturato, affamato, abusato, violentato. Alla televisione israeliana ha raccontato: “Ogni notte mi dicevo: sono sopravvissuto a un altro giorno all’inferno, e domani ce ne sarà un altro”.
Rom aveva 21 anni quando, il 7 ottobre 2023, è stato rapito mentre lavorava come addetto alla sicurezza al Nova Festival. Durante l’attacco ha aiutato decine di persone a fuggire. “Era la prima volta che vedevo dei cadaveri. Due ragazze a terra, vestite da festa, sangue ovunque”. Quando un terrorista gli è piombato addosso, ha reagito d’istinto, colpendolo e riuscendo a scappare. Ha corso verso il confine, senza rendersi conto di stare andando nella direzione sbagliata. “Mi hanno rotto il naso con un pugno e trascinato via. Lì è iniziato l’inferno”.
La sua prigionia si è svolta quasi sempre in totale isolamento, legato in case di civili e nei tunnel sotterranei. Solo per quattro giorni, nel maggio 2024, ha condiviso la detenzione con l’ostaggio Sasha Troufanov. “All’inizio avevamo paura di parlare, poi non ci siamo più fermati, giorno e notte. Ero felice”. L’ingresso dell’Idf a Rafah li ha separati. Rom non avrebbe più visto un altro ostaggio fino alla notte prima del rilascio.
Nel maggio 2025, dopo il fallimento del cessate il fuoco, la sua condizione è precipitata ulteriormente. I carcerieri gli hanno imposto di convertirsi all’Islam. “Dicevano che era per il mio bene: noi siamo musulmani, noi siamo la legge, noi siamo Maometto. Io ho risposto: sono nato ebreo e morirò ebreo”. Da quel momento le torture sono diventate sistematiche.
È stato bendato per settimane, con pietre infilate nelle orecchie, acqua ridotta a mezzo litro al giorno, cibo quasi inesistente, accesso al bagno limitato. “Un giorno uno dei rapitori mi mostrò un foglio. Gli chiesi cosa ci fosse scritto. Rispose ridendo: legate Abu Salem e torturatelo”. Quella sera un gruppo di uomini entrò nella stanza. Lo legarono, lo colpirono a pugni, poi con una frusta di metallo. Cercava di svenire, ma glielo impedivano. Le percosse si ripetevano più volte al giorno, spesso accompagnate da musica celebrativa. “Sono entrato in un loop. Pensavo che non ne sarei uscito vivo”.
Nell’agosto 2025 la Jihad islamica ha diffuso un secondo video di propaganda. Se nel primo Rom gridava con voce ferma che il suo 7 ottobre non era mai finito, nel secondo appare scheletrico, disteso su un materasso, con gli occhi enormi e una voce spezzata. Implora acqua, cibo, la fine dell’inferno. Dopo la liberazione ha precisato: “Non piangevo per la fame, ma per il dolore fisico. Chiedevo solo che smettessero di picchiarmi”.
Rom Braslavsky è stato il primo ex ostaggio uomo ad ammettere pubblicamente gli abusi sessuali subiti. “Mi spogliavano, mi tenevano legato nudo. La violenza serviva a umiliarmi, a distruggere la mia dignità. È la cosa più orribile che ho vissuto”.
Rilasciato il 13 ottobre insieme ad altri 19 ostaggi, oggi affronta un percorso lungo e fragile. Attacchi di panico, tremori, paura di perdere la ragione. Ma anche una determinazione incrollabile. “Quando vedo gli altri ex ostaggi forti e felici, so che quel momento arriverà anche per me”.
A differenza di altri rapiti, Braslavsky ha chiarito che le torture non erano una rappresaglia politica. “Mi hanno torturato per un motivo solo: perché sono ebreo. Non per Ben Gvir, non per Netanyahu. Perché sono ebreo”.
Alla domanda su come sia riuscito a sopravvivere, Rom ha risposto senza esitazioni: “Sapere che mi torturavano perché ero ebreo. Essere ebreo è stata la certezza a cui mi sono aggrappato per resistere”. Di fronte a un’ideologia che glorifica la morte, rimanere ebreo è stato per lui un atto di resistenza. La chiave per attraversare l’inferno e tornare vivo.
Cronache di sopravvivenza dai tunnel di Hamas
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