Milano. Sabato 24 gennaio, alle 14 in punto, ora dell’appuntamento della manifestazione indetta contro il regime degli ayatollah, il mio compagno e io sbuchiamo su via Palestro. Il quartiere è già strapieno di giovani che scandiscono slogan contro Khamenei e i suoi scherani e a favore dello Shah. Ciò che mi colpisce subito è l’età dei manifestanti, giovanissimi vestiti in modo personale e fantasioso, proprio come fanno i nostri ragazzi. In mezzo a loro mi sento e sono di un’altra generazione ma resto straconvinta che quella piazza sia un luogo da difendere come tutti quelli in cui ci si batte contro le dittature. E qui per una ragione ulteriore. Perché?
Perché, come succede del resto anche quando si tratta di difendere Israele, quando un popolo viene massacrato dal regime o dai suoi proxy sanguinari portatori di un’ideologia che in nome di Allah stermina innocenti con un ghigno sulle labbra, viene lasciato solo. Perché gli iraniani che protestano rivendicano libertà connaturate alle democrazie occidentali: laicità dello Stato, diritto di sciopero, diritto delle donne di scegliere liberamente su ogni aspetto della loro vita, da come vestirsi a quale ruolo o a quale posizione sociale aspirare. E del resto al popolo iraniano che scende in piazza a Teheran e in tutto il Paese, ai suoi esuli che protestano nelle piazze di questo Occidente indifferente, non si applicano i facili cliché antiamericani e anticapitalisti che tanto piacciono alla nostra sinistra.
La manifestazione è affollatissima ma con un’evidente sperequazione numerica tra italiani e iraniani, essendo questi ultimi l’assoluta maggioranza. Gli slogan sono quasi tutti in farsi ma quelli in italiano, più rari, non mancano certo di chiarezza: “Khamenei assassino!”, “Meloni, chiudi l’ambasciata!”. E poi la richiesta di un aiuto più pressante, più decisivo per fermare la strage in atto: “Trump, act now!”, muoviti, aiutaci, proteggici.
Conosco bene i distinguo in base ai quali la maggior parte della sinistra si guarda bene dallo scendere in piazza a fianco degli iraniani massacrati dall’islam integralista. “Sono monarchici, favorevoli al ritorno dello Shah”, dicono. “È una manifestazione sponsorizzata da Israele”, aggiungono sprezzanti. E via con idiozie di questo tipo.
Gli italiani che scendono in piazza con i dissidenti iraniani non sono persone da “distinguo” ma piuttosto gente che rispetta il diritto del popolo dell’Iran all’autodeterminazione con i modi e i tempi che riterranno opportuni, gente per cui il vero nemico è l’integralismo opprimente di un regime che va abbattuto. È questo l’obiettivo che gli iraniani stanno perseguendo pagando il prezzo con migliaia di vite umane, subendo crudeltà inaudite, vittime di centinaia di esecuzioni sommarie.
Non è certo un caso se accanto alle tantissime bandiere dell’Iran pre-islamico che hanno al centro un leone e un sole nascente, ci sono anche le bandiere di Israele. Non so chi le innalzi ma so e vedo e sento che sono accolte dai manifestanti con gioia e rispetto.
Questa è la realtà, piaccia o no ai nostri sinistroidi: Israele è a fianco delle proteste democratiche in Iran, ed è uno dei pochi veri alleati di chi si batte contro la dittatura degli ayatollah.
È la quarta volta che a gennaio scendo in piazza con gli iraniani e ogni volta c’è un elemento che mi commuove: appena i manifestanti capiscono che siamo italiani si avvicinano per ringraziarci della solidarietà e ci abbracciano. Questo rafforza in me la certezza che essere solidale con i popoli che cercano l’autodeterminazione nella libertà, che lo fanno a mani nude e fuori da schemi ideologici precostituiti, vuol dire essere dalla parte giusta della Storia.
I nostri media non lesinano ore di trasmissioni e paginate di giornale quando si occupano delle contraddizioni della democrazia americana, eppure riservano solo qualche minuto se si deve dar conto della carneficina in atto in Iran e delle manifestazioni di solidarietà in Occidente. Se davvero siamo esseri umani dotati di ragione e pietà è nostra responsabilità improrogabile appoggiare la rivolta popolare in Iran, e dobbiamo farlo senza remore perché l’Occidente ha il dovere di rappresentare di nuovo un argine contro ogni dittatura.
A più di tre ore dalla partenza la manifestazione conclude a Piazza della Scala e dalla folla dei manifestanti si alza una melodia che canta: “Finché il mullah non sarà sepolto questa patria non sarà una patria”. Aiutiamo gli iraniani a ritrovare la loro patria, aiutiamoli a trovare la loro casa.
Cronaca di una solitudine. In piazza con gli oppositori al regime degli ayatollah
Cronaca di una solitudine. In piazza con gli oppositori al regime degli ayatollah

