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Costituzione palestinese. Gerusalemme capitale, sharia e assegni ai terroristi

La nuova bozza costituzionale dell’Autorità Palestinese conferma una linea che non cambia, mentre Hamas attacca da destra

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 4 min
Costituzione palestinese. Gerusalemme capitale, sharia e assegni ai terroristi

La nuova bozza di Costituzione diffusa dall’Autorità Palestinese non sorprende, e l’unica cosa davvero sorprendente è che qualcuno pensava che potessse esserlo. Nel momento in cui Mahmoud Abbas cerca di accreditarsi come interlocutore affidabile sulla scena internazionale, il testo che dovrebbe segnare la nascita istituzionale di uno Stato palestinese ribadisce, senza sfumature, i punti più controversi della piattaforma politica di Ramallah, a partire dalla proclamazione di Gerusalemme come capitale “dello Stato di Palestina”, definita centro politico, spirituale e culturale del futuro Paese, ma descritta esclusivamente nella sua dimensione islamica e cristiana, come se la storia ebraica della città non fosse che un dettaglio irrilevante.

Il documento promette di preservare il carattere religioso della città e di proteggere i luoghi santi islamici e cristiani, mentre qualunque intervento volto a modificarne l’identità storica viene dichiarato nullo secondo il diritto internazionale, in un passaggio che ricalca formule già note nelle risoluzioni delle organizzazioni multilaterali. Tuttavia, l’assenza di qualunque riferimento al legame millenario del popolo ebraico con Gerusalemme non è una distrazione o uno scivolone lessicale, bensì una scelta politica definita che fotografa un’impostazione identitaria chiusa, incapace di riconoscere la complessità di una città contesa e sacra a tre religioni ma, piaccia o non piaccia (a noi piace) da sempre ebraica.
Sul piano interno, la bozza stabilisce l’Islam come religione ufficiale e prevede che la sharia regoli la vita pubblica, con tribunali islamici competenti per controversie e questioni legali, mentre il presidente dovrà giurare “in nome di Dio Onnipotente”. È garantita la libertà di culto per le religioni monoteiste, con un esplicito riconoscimento del cristianesimo, ma ancora una volta la parola ‘ebraismo’ è bandita, omissione che pesa tanto quanto le parole scritte. L’idea di uno Stato che nasce già con un’impronta confessionale così marcata solleva interrogativi sulla reale tenuta pluralista di un eventuale ordinamento futuro, soprattutto in un’area dove le minoranze hanno pagato spesso il prezzo delle tensioni politiche.

Non meno significativo è il capitolo che riguarda il sistema di sussidi alle famiglie dei cosiddetti “martiri”, dei feriti e dei detenuti nelle carceri israeliane. Nonostante le promesse, rilanciate più volte anche in sede internazionale, di mettere fine al meccanismo noto come “pay for slay” (e cioè, se ammazzi un ebreo noi ti paghiamo una pensione a vita), la bozza costituzionale parla di protezione e assistenza integrale alle famiglie dei prigionieri e di coloro che sono stati incarcerati dall’“occupazione”, nel nome della loro dignità nazionale. In un contesto in cui Washington e diverse capitali europee avevano chiesto la cessazione di tali pagamenti come condizione per un rilancio del dialogo, la scelta di blindare il principio nella carta fondamentale rappresenta un segnale politico che difficilmente i tanti volenterosi carnefici europei potranno dire di non sapere.

Il testo disciplina anche i requisiti per la candidatura alla presidenza, imponendo che il candidato abbia entrambi i genitori palestinesi e, in caso di doppia cittadinanza, rinunci a quella straniera al momento dell’annuncio della corsa. È prevista un’età minima di quarant’anni, un mandato quinquennale rinnovabile una sola volta e l’impegno a svolgere elezioni libere, in un quadro che sulla carta appare ordinato ma che si scontra con la realtà di un sistema politico fermo da anni, senza consultazioni generali e con una frattura insanata tra Cisgiordania e Gaza.

Il preambolo, infine, insiste sul tema della lotta permanente contro l’“occupazione” e denuncia politiche di espulsione e pulizia etnica, mentre il diritto al ritorno viene evocato come sogno vivo di generazione in generazione. È un linguaggio che richiama più alla mobilitazione identitaria che alla pur difficile costruzione di un compromesso, e che non è bastato neppure a soddisfare Hamas, il cui dirigente Bassem Naim ha attaccato la bozza definendola insufficiente e accusando l’Autorità Palestinese di scrivere costituzioni secondo gli standard dell’occupante. Quando perfino Hamas giudica un testo troppo moderato, significa che lo spazio politico palestinese continua a muoversi lungo un asse radicale, nel quale la competizione non riguarda la ricerca di una soluzione condivisa, ma l’intensità dello scontro.

In questo scenario, la Costituzione che dovrebbe aprire una stagione nuova sembra invece incancrenirsi su vecchie posizioni, confermando che, almeno per ora, la distanza tra proclamazioni diplomatiche e scelte concrete resta ampia, e che ogni prospettiva di stabilità passa da un ripensamento che questa bozza non lascia intravedere.


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