Nelle ventiquattro ore successive alla cattura di Nicolás Maduro da parte delle forze statunitensi, i social network hanno reagito come un organismo condizionato. Prima ancora che i fatti trovassero una forma stabile, una valanga di teorie cospirative ha cominciato a circolare con un unico bersaglio fisso, o meglio, un’ossessione: Israele. Secondo il nuovo copione, l’operazione non sarebbe stata una decisione americana legata a narcotraffico, sicurezza regionale o stabilità del continente, ma l’ennesima “guerra per conto terzi”, ordinata da Gerusalemme e eseguita da Washington.
I numeri danno la misura del fenomeno. Su X, in un solo giorno, centinaia di migliaia di post hanno collegato direttamente Venezuela, Maduro e Israele, con milioni di interazioni e una diffusione potenziale che ha superato ogni proporzione rispetto alla notizia reale. In quasi un terzo dei contenuti in cui compariva il nome di Benjamin Netanyahu, il primo ministro israeliano veniva indicato come il vero regista dell’operazione, mentre Donald Trump veniva ridotto a semplice esecutore.
Il dato più interessante non è però quantitativo, ma politico. La vulgata ha funzionato perché ha unito mondi che, almeno in teoria, dovrebbero detestarsi. Attivisti della sinistra anti-imperialista e commentatori dell’ultradestra isolazionista hanno finito per parlare la stessa lingua, dando forma a quello che gli analisti chiamano ormai senza imbarazzo “effetto ferro di cavallo”: gli estremi si toccano, e Israele diventa il punto di contatto ideale. Per alcuni è il burattinaio del capitalismo globale, per altri il simbolo del “deep state” internazionale. Cambiano le parole ma non certo la struttura del racconto.
Influencer con centinaia di migliaia di follower hanno rilanciato l’idea che Maduro sia stato catturato non per quello che rappresentava – un regime accusato dagli Stati Uniti di narcoterrorismo e collusione con cartelli della droga – ma perché utile agli interessi israeliani. In questa cornice, ogni elemento viene forzato: una visita diplomatica, una dichiarazione pubblica, persino un messaggio di congratulazioni diventano “prove” di un ordine impartito e ricevuto. Il fatto che Maduro fosse formalmente incriminato dalla giustizia americana già dal 2020 scompare dal quadro, come se non fosse mai esistito.
A rendere il tutto più tossico è l’intervento coordinato di account stranieri e reti di disinformazione già note per operazioni simili. Insomma, sono stati rieditati vecchi copioni per una nuova occasione. La tecnica è sempre la medesima, e cioè colpire nelle prime ore, quando le informazioni sono frammentarie e l’emotività alta, e piantare un seme che continuerà a germogliare anche quando i fatti saranno più chiari. Non importa che l’operazione contro Nicolás Maduro risponda a interessi strategici americani espliciti, dalla sicurezza delle frontiere alla lotta ai traffici criminali transnazionali. La realtà, in queste ricostruzioni, non è niente di più che un fastidio.
Eppure non si tratta di un episodio isolato. Infatti lo schema si è ripetuto più volte negli ultimi anni: attentati, crisi internazionali, assassinii politici, qualunque evento negativo diventa immediatamente terreno fertile per il grande accusato universale. Israele come colpevole automatico e come spiegazione totale. È una forma di antisemitismo adattata all’ecosistema digitale, meno rozza nelle parole, ma identica nella funzione.
Alla fine, il paradosso è evidente. Mentre un regime accusato di aver trasformato un paese ricchissimo in una piattaforma del narcotraffico e in un alleato operativo di Iran, Russia e Cina viene smantellato, una parte consistente del dibattito pubblico preferisce ignorare i fatti e rifugiarsi nella favola del complotto sionista globale. E questo non perché sia credibile, ma perché la versione data è comoda. E perché, ancora una volta, assolve tutti tranne i responsabili reali.
Cospirazionisti. Maduro catturato? La colpa è di Israele
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