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Coordinamento di Kiryat Gat: no di Israele alla Spagna

Madrid fuori dal CMCC dopo le tensioni diplomatiche con Gerusalemme e Washington: Netanyahu accusa Sánchez, Sa’ar parla di “inaffidabilità strategica”

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Coordinamento di Kiryat Gat: no di Israele alla Spagna

La rottura si è consumata in poche ore, ma affonda le radici in mesi di frizioni sempre più esplicite tra Madrid e Gerusalemme, mentre il quadro regionale si irrigidisce attorno all’Iran e agli equilibri fragili che tengono insieme alleanze, deterrenza e diplomazia. L’esclusione della Spagna dal centro di coordinamento civile-militare di Kiryat Gat segna un salto di qualità nello scontro, perché sposta il conflitto dal piano retorico a quello operativo, dove la cooperazione viene sospesa e trasformata in leva politica.

La decisione, presa dal ministero degli Esteri israeliano con il via libera diretto del primo ministro Benjamin Netanyahu e comunicata preventivamente agli Stati Uniti, colpisce uno degli strumenti nati nell’ambito del piano promosso da Donald Trump per stabilizzare la regione attraverso un coordinamento tra attori civili e militari. Quel centro, il CMCC, era pensato come piattaforma tecnica, quasi neutrale, e proprio per questo la sua politicizzazione racconta più di molte dichiarazioni il deterioramento dei rapporti.

A Gerusalemme il linguaggio è diventato frontale, perché Netanyahu ha parlato apertamente di diffamazione nei confronti dei soldati dell’IDF e ha accusato la Spagna di schierarsi contro Israele in modo sistematico, fino a trasformare il confronto diplomatico in un terreno di scontro permanente. Nelle stesse ore, il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar ha chiarito che Madrid non viene più considerata un interlocutore utile nell’attuazione del piano regionale, sottolineando come l’orientamento del governo guidato da Pedro Sánchez abbia ormai superato una soglia ritenuta incompatibile con la cooperazione.

Il punto di rottura più recente riguarda l’Iran, dove la Spagna ha deciso di riaprire la propria ambasciata a Teheran con l’obiettivo dichiarato di contribuire a un canale negoziale tra Repubblica islamica, Stati Uniti e Israele, una scelta che a Gerusalemme viene letta come un tentativo di legittimare un attore percepito come minaccia diretta e immediata. In questo contesto, l’opposizione di Madrid alle operazioni militari contro obiettivi iraniani ha rafforzato l’idea, dentro l’establishment israeliano, che la Spagna stia lavorando in direzione opposta rispetto agli interessi condivisi con Washington.

Il deterioramento, tuttavia, non nasce oggi e trova un precedente nelle posizioni assunte dal governo spagnolo sulla guerra a Gaza, definita apertamente come genocidio, con conseguente richiamo dell’ambasciatore e una progressiva escalation verbale che ha coinvolto anche il dibattito interno israeliano. Le parole di Sánchez sulla legge approvata alla Knesset in materia di pena di morte per reati di terrorismo, da lui descritta come un passo verso l’apartheid, hanno aggiunto un ulteriore livello di tensione, perché hanno toccato un nervo scoperto, quello della legittimità internazionale delle scelte di sicurezza israeliane.

Nel quadro più ampio delle relazioni tra Europa e Israele, la vicenda spagnola assume un valore che va oltre il singolo caso, perché evidenzia una frattura crescente tra alcune capitali europee e la linea israeliana sulla gestione dei conflitti regionali. Bruxelles mantiene formalmente una posizione di equilibrio, mentre singoli governi scelgono approcci più marcati, e questo crea una geografia diplomatica disomogenea che Israele tende a leggere in termini di affidabilità o meno dei partner.

La mossa di escludere Madrid dal CMCC introduce una logica nuova, perché lega la partecipazione ai meccanismi di coordinamento alla convergenza politica, riducendo lo spazio per posizioni intermedie. In un Medio Oriente attraversato da una fase di riallineamento, dove il dossier iraniano torna a occupare il centro della scena e gli Stati Uniti cercano di mantenere una rete di alleanze coerente, ogni divergenza rischia di tradursi in isolamento operativo.

Resta da capire se questa scelta segnerà una cesura duratura o se rappresenterà una fase di pressione destinata a rientrare, anche perché la Spagna, pur nella sua autonomia, resta parte di un sistema occidentale che continua a interagire con Israele su più livelli. Il dato politico, però, è già evidente, e riguarda il fatto che la diplomazia, quando smette di essere un terreno di mediazione, diventa essa stessa uno strumento di confronto diretto, con conseguenze che si riflettono ben oltre le dichiarazioni ufficiali.


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