Conte riesce nell’impresa di trasformare una notizia qualunque in un piccolo compendio della propria pochezza politica. Alla voce: partecipazione di Giorgia Meloni a un board internazionale per la Pace a Gaza, l’ex premier reagisce con il solito livore automatico, quello che scatta ogni volta che non sa bene che pesci prendere ma sente l’obbligo di dire qualcosa, possibilmente rumorosa. La definisce una “medaglia al petto”, aggiungendo che non porta benefici all’Italia. Curioso: quando si parla di pace, l’Italia dovrebbe guadagnarci qualcosa in cambio? O forse, più semplicemente, il problema è che Conte non riesce a concepire un’iniziativa che non sia immediatamente spendibile nel suo piccolo supermercato ideologico.
Poi arriva il carico: l’America potenza bellicista, Meloni che “si è sbracciata” per assecondarla, e insieme a Netanyahu addirittura “complice del genocidio del popolo palestinese”. Un rosario di parole d’ordine ormai logore, ripetute con l’aria di chi crede ancora che basti pronunciarle per sembrare dalla parte giusta della storia. È propaganda stanca, priva di qualsiasi spessore politico, ma soprattutto priva di un’idea autonoma di politica estera. Tutto è ridotto a slogan, tutto è semplificato fino alla caricatura.
Sia chiaro: Giorgia Meloni non ha bisogno di difese d’ufficio, né tantomeno di assoluzioni preventive. Sa reggere da sola il peso delle proprie scelte, nel bene e nel male. Ma quando il ditino accusatore è quello di Giuseppe Conte, la scena diventa grottesca. Perché Conte non sta proponendo un’alternativa, non sta indicando una strada diversa, non sta nemmeno provando a ragionare sul merito. Sta solo cercando un posto da occupare nel teatrino morale, sperando che qualcuno lo noti.
E qui il punto diventa politico sul serio. Da queste dichiarazioni non traspare indignazione, ma frustrazione. Non empatia per i palestinesi, che diventano piuttosto un fondale retorico buono per ogni occasione. Non una visione di pace, ma l’incapacità di accettare che altri giochino partite internazionali mentre lui resta ai margini. È il rancore di chi non sa più dove andare a sbattere la testa e allora alza il volume.
Il fatto davvero sconfortante è che questo livore, già povero di suo, rappresenta uno dei due poli che si contendono la guida del centrosinistra, insieme a Elly Schlein. Uno scontro al vertice tra fragilità politiche, slogan contrapposti e assenza di progetto. A chi pensa di votarli, non resta che augurare buona fortuna. Ne servirà parecchia.
Conte, la pace come pretesto e il rancore come programma
Conte, la pace come pretesto e il rancore come programma
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