Di cosa si parla
Della condizione degli ebrei dell’URSS che, pur non essendo formalmente espulsi, vivono una situazione di discriminazione sistemica e cercano di emigrare.
Il contesto
Unione Sovietica: Stato con un antisemitismo strutturale, politico e burocratico.
Il problema di fondo
Gli ebrei non sono riconosciuti come minoranza nazionale con diritti culturali, ma come “nazionalità” sospetta, associata a Israele e all’Occidente.
Le discriminazioni
Accesso limitato a università, carriere statali, ricerca scientifica, esercito e partito. Antisemitismo mascherato da antisionismo.
Il nodo dell’emigrazione. Chi chiede il permesso di lasciare l’URSS perde lavoro, status e diritti civili. Molti restano bloccati per anni.
I “refusnik”
Ebrei a cui viene rifiutato il visto di uscita: diventano simbolo internazionale della repressione sovietica.
Anni ’70
Pressione internazionale e accordi Est-Ovest aprono spiragli: decine di migliaia riescono a partire, soprattutto verso Israele.
Anni ’80
Nuova stretta sotto Brežnev e poi lento allentamento finale con Gorbačëv, fino all’esodo di massa di fine decennio.
Punto chiave
Non profughi di guerra, ma profughi di sistema: persone intrappolate da uno Stato che non li vuole integrare né lasciar andare.
Come nasce il problema dei profughi ebrei sovietici (anni ’70–’80)

