Alcuni giorni fa La Stampa ha pubblicato un reportage da Cipro dal titolo eloquente: “Insediamenti israeliani e ville di lusso in costruzione. Benvenuti nel lato oscuro dell’isola contesa”. L’articolo racconta l’aumento degli acquisti immobiliari da parte di cittadini israeliani sull’isola, descrivendo quartieri in trasformazione, cantieri di ville in costruzione e una presenza crescente – stiamo parlando comunque di alcune migliaia di persone in tutto – percepita come problematica da una porzione della politica cipriota. Il fenomeno viene inserito in un quadro di tensioni regionali, timori demografici e sospetti di “enclave” straniere, con un lessico che insiste su immagini di opulenza, potere economico e mutamento “oscuro” del paesaggio sociale. Non da ultimo, l’immagine che correda l’articolo è un cartello di propaganda su cui campeggia la scritta “enjoy Cenocide” – “godetevi il Cenocidio” – con i caratteri della CocaCola, a cominciare dalla “C” maiuscola che sostituisce la “G” di “genocidio”. Un’immagine di scarsa attinenza ma di impatto assicurato: a voler essere prudenti, ci dice che c’è un nesso tra gli “insediamenti” israeliani a Cipro e l’affermato “genocidio”.
Non è un caso isolato. L’ottobre scorso Il Fatto Quotidiano ha pubblicato il pezzo “‘Costruiamo una colonia in Salento’, il progetto di un’immobiliarista israeliana cerca investitori”, dedicato al progetto di una imprenditrice immobiliare israeliana in Puglia. Anche in quel caso la notizia veniva presentata come qualcosa di più di una semplice iniziativa immobiliare: un’operazione carica di implicazioni politiche e simboliche, con reazioni locali, interrogativi sulle intenzioni e sul possibile impatto “colonizzatore” di un gruppo ben preciso di (potenziali) acquirenti.
La domanda, allora, è semplice: perché fa notizia solo se a comprare casa sono israeliani, e non se lo fanno inglesi, sauditi, venezuelani, spagnoli o cinesi? Il problema, ovviamente, non è l’acquisto di immobili nei centri storici o lungo le coste mediterranee da parte di stranieri – un fenomeno che esiste in molti luoghi, ma del quale gli israeliani sono protagonisti in modo totalmente irrilevante rispetto, tanto per fare qualche esempio, a tedeschi, russi o americani. Il punto è che qualcosa che viene considerato normale per chiunque altro diventa sospetto, simbolico e carico di “lati oscuri” quando riguarda israeliani.
Qualcuno suggerirà che l’attenzione anomala dipende dal fatto che Israele è in guerra. Ma nel mondo sono molti i paesi coinvolti in conflitti armati, guerre civili, repressioni interne o crisi umanitarie. Eppure gli investimenti o gli acquisti immobiliari dei loro cittadini all’estero difficilmente vengono letti come “avamposti”, “insediamenti” o segnali di un disegno più ampio, imprecisato ma certamente torbido e oscuro. Qualcun altro dirà che dipende dai terribili crimini di Israele. È una menzogna volgare, ma anche prendendola per buona per un istante resta il fatto che la mappa globale della violenza e dell’autoritarismo è ben più ampia, senza che ciò si traduca in un’analoga attenzione selettiva verso chiunque altro si compri una casa al mare. Ce n’è abbastanza per auspicare, come faceva Stefan Zweig di fronte allo spettacolo deprimente della propaganda di stato durante la prima guerra mondiale, che la carta di certi giornali torni a essere foresta. Ma, per quanto possa sembrare incredibile, non è tutto.
Un elemento centrale di questi articoli è il lessico. I continui riferimenti al lusso, alla ricchezza, alle “ville”, al potere economico, alla “colonizzazione” e a un “lato oscuro” non sono neutri. Rimandano a un immaginario che evoca dominio, influenza occulta, capacità di penetrazione silenziosa. È un linguaggio che, consapevolmente o meno, riprende i grandi classici della tradizione antiebraica: l’ebreo ricco, potente, capace di muovere capitali, di costruire “insediamenti” e “colonie” trasformando dall’interno spazi e mettendo a rischio la bella armonia della comunità.
Articoli come quelli citati hanno perciò poco a che vedere con la legittima attenzione posta sull’impatto sociale o urbanistico di investimenti immobiliari, semplicemente perché il loro perno narrativo non è l’acquisto di qualche seconda casa ma l’identità degli acquirenti. Il tutto colorato di metafore belliche e coloniali e di un campionario di simboli della ricchezza. Il “lato oscuro”, per parafrasare il titolo della Stampa, è qui quello di un giornalismo che in questi due anni ha dimostrato di essere pronto a tutto, tranne che a riflettere sulla propria vergogna.
Colonie in Puglia e investimenti “oscuri” a Cipro

