Home > Attualità > Cinquecento leader cristiani a Gerusalemme per Israele

Cinquecento leader cristiani a Gerusalemme per Israele

Da 51 Paesi una grande delegazione di Eagles’ Wings. Robert Stearns rilancia l’alleanza con il mondo ebraico contro l’antisemitismo

Shira Navon

Tempo di Lettura: 3 min
Cinquecento leader cristiani a Gerusalemme per Israele
Iimmagine generata con AI

Sono arrivati in Israele in più di 550, provenienti da 51 Paesi, e rappresentano comunità cristiane capaci di raggiungere decine di milioni di persone nel mondo. Pastori, vescovi, responsabili di grandi organizzazioni religiose e personalità pubbliche si sono dati appuntamento a Gerusalemme in questi giorni di Sukkot, a ridosso del terzo anniversario del massacro del 7 ottobre. A guidarli è il vescovo Robert Stearns, fondatore e presidente di Eagles’ Wings, organizzazione cristiana impegnata da oltre trent’anni nel rapporto con Israele e con il popolo ebraico.
Il momento più visibile della visita sarà questa sera, 3 ottobre, alla Torre di David, dove si svolgerà Awake Jerusalem, una manifestazione di musica, preghiera e solidarietà con Israele. I biglietti, secondo Stearns, sono andati esauriti in quattro ore. Dietro il concerto c’è però un progetto assai più ambizioso. La delegazione resterà nel Paese dieci giorni, incontrando esponenti israeliani, rappresentanti dell’IDF e del ministero degli Esteri, leader religiosi, ostaggi tornati dalla prigionia di Hamas e famiglie che hanno perso i propri cari dopo il 7 ottobre.

Stearns insiste soprattutto su un punto. La solidarietà cristiana verso Israele deve uscire dal recinto delle dichiarazioni e tradursi in conoscenza, presenza e iniziativa. «Dobbiamo pregare, ma dobbiamo diventare la risposta alla preghiera che stiamo facendo», ha spiegato. Chi partecipa alla missione dovrà dunque tornare nel proprio Paese preparato a parlare di Israele, contrastare l’antisemitismo e intervenire nelle proprie comunità.

È un passaggio importante in un momento in cui, soprattutto tra le generazioni più giovani, il rapporto di una parte del mondo cristiano con Israele viene sottoposto alla pressione dei social network, delle mobilitazioni universitarie e di una rappresentazione del conflitto spesso radicalmente ostile allo Stato ebraico. Eagles’ Wings ha scelto da tempo una strada elementare e proprio per questo efficace. Portare le persone in Israele, farle incontrare con gli israeliani, mostrare loro il Paese reale.

Negli anni l’organizzazione afferma di avere accompagnato in Israele circa 45 mila persone. Di recente ha portato nel Paese anche cento studenti, puntando proprio sulla generazione più esposta alla propaganda antisraeliana. L’esperienza diretta, sostiene Stearns, riesce talvolta dove conferenze e discussioni falliscono. Visitare Gerusalemme, incontrare una famiglia israeliana, vivere uno Shabbat può modificare una percezione costruita a migliaia di chilometri di distanza.

Resta una distanza che lo stesso Stearns riconosce. Molti israeliani guardano con diffidenza al sostegno degli evangelici, anche per le profonde differenze teologiche che separano ebraismo e cristianesimo. Fingere che quelle differenze non esistano sarebbe inutile. Stearns propone invece di riconoscerle apertamente e costruire il rapporto su ciò che unisce. A suo giudizio, cristiani ed ebrei condividono una larghissima parte della loro visione morale e devono trasformarla in collaborazione concreta.

La portata potenziale è enorme. Le reti rappresentate dalla delegazione di questi giorni raggiungerebbero, secondo Eagles’ Wings, circa cento milioni di persone. E il 4 ottobre, con la ventiquattresima Giornata di preghiera per la pace di Gerusalemme, l’organizzazione prevede il coinvolgimento di comunità cristiane in 175 Paesi.

In un tempo nel quale l’isolamento internazionale di Israele è diventato uno dei terreni centrali dello scontro seguito al 7 ottobre, vedere centinaia di leader cristiani arrivare a Gerusalemme ha quindi un significato che supera quello religioso. Stearns lo ha riassunto ricorrendo a una parola imparata dall’ebraico e dallo yiddish, «tachles», andare al concreto. Dopo la preghiera, insomma, vengono i fatti. E la scelta di esserci.