A metà marzo José Antonio Kast, figlio di un ufficiale nazista, ha prestato giuramento come presidente del Cile al Congresso Nazionale di Valparaíso, segnando un deciso spostamento politico a destra. Sessantenne, ultraconservatore, fondatore del Partito Repubblicano, sposato e padre di nove figli, Kast è cattolico praticante e proviene da una famiglia multimilionaria. Il padre, Michael, fu un ufficiale del Terzo Reich, attivo anche in Italia, arrestato dagli Alleati, fuggito in Germania e alla fine rifugiatosi in Cile. Il fratello, Miguel, è stato una figura chiave durante la dittatura, ricoprendo ruoli da ministro e presidente della Banca Centrale. Dopo vari insuccessi elettorali, Kast è emerso come figura di spicco della destra radicale.
Insomma, non bene per la comunità ebraica ritrovarsi il figlio di un ex nazista come presidente. Le colpe dei padri ricadono sui figli? No. Ma se “quel figlio” diventa il primo capo di Stato dalla fine del regime di Augusto Pinochet a difendere apertamente l’allora dittatura militare, allora il problema politico diventa evidente: “Se fosse vivo voterebbe per me”, disse Kast nella campagna elettorale del 2017. Per la comunità ebraica cilena la situazione non era certa rosea quando alla presidenza c’era Gabriel Boric, che ha definito le azioni a Gaza “genocidio” e sollecitato azioni legali contro Netanyahu; in alcune dichiarazioni molto controverse arrivò a sostenere che “gli ashkenaziti non hanno niente a che vedere con il popolo d’Israele, gli ebrei uccidono i bambini, Israele è uno stato coloniale e Gesù era palestinese”. Queste parole provocarono tensioni diplomatiche, tra cui il ritardo nell’accettazione delle credenziali dell’ambasciatore israeliano e il ritiro degli addetti militari dall’ambasciata a Tel Aviv.
La comunità ebraica cilena, circa 4.000 persone su 20 milioni di abitanti, espresse forte preoccupazione, accusandolo di mescolare politica e simbologia religiosa. Basti ricordare un episodio del 2019, quando ebrei di Santiago gli regalarono un vasetto di miele per augurargli un buon inizio di anno ebraico: Boric rispose che avrebbe gradito il gesto, ma sarebbe stato meglio se avessero chiesto a Israele la restituzione dei territori occupati, parole che attribuivano loro le politiche dello Stato di Israele in un Paese che ospita anche 400 mila cittadini di origine palestinese.
Con Kast tutto questo finirà? E’ probabile, visto che anche il nuovo presidente è influenzato dall’area trumpista tanto che alla cerimonia di insediamento erano presenti il presidente argentino Javier Milei e i presidenti di Ecuador e Panama Daniel Noboa e José Raúl Mulino.
Tra gli ospiti anche María Corina Machado, premio Nobel per la Pace e leader dell’opposizione venezuelana, che ha criticato Pedro Sánchez per il mancato sostegno al popolo del Venezuela mentre in modo velleitario negava l’uso delle basi agli americani. L’insediamento si è svolto in un clima di tensione, con scontri tra manifestanti e polizia fuori dal Congresso: alcuni oppositori hanno mostrato bandiere palestinesi, mentre un gruppo ha bruciato un’immagine di Trump e altri simboli collegati al nuovo corso politico cileno. La presenza di esponenti trumpisti e di Flávio Bolsonaro, figlio dell’ex presidente brasiliano Jair Bolsonaro, indica l’evento come parte di un riallineamento regionale. La vittoria di Kast si affianca ai successi della destra in Argentina, Ecuador e Paraguay, spinti dal malcontento verso i governi in carica e dalle crescenti preoccupazioni sulla sicurezza. Tuttavia, i Paesi più popolosi come Brasile, Colombia e Messico restano sotto governi di sinistra, mostrando un equilibrio instabile nella regione.
Il programma Kast prevede tagli fiscali, riduzione della spesa pubblica e politiche più rigide su sicurezza e immigrazione. La sfida principale sarà bilanciare i legami economici consolidati con la Cina e la crescente pressione strategica degli Stati Uniti. Questo nodo si è già manifestato con il progetto di un cavo sottomarino tra Valparaíso e Hong Kong, su cui Washington si è opposta e ha sanzionato tre funzionari cileni per minaccia alla sicurezza regionale, innescando tensioni tra Kast e il presidente uscente Boric nel passaggio di poteri.
La Cina resta il principale partner commerciale del Cile, con circa il 37% delle esportazioni e il 25% delle importazioni dirette verso Pechino, dominati da rame e litio, mentre anche prodotti agricoli come ciliegie e limoni hanno acquisito importanza. Negli ultimi cinque anni gli scambi con la Cina sono cresciuti in media del 7% annuo e quelli con gli Stati Uniti del 10,8%. Il delicato equilibrio diplomatico è evidente: quando Kast ha partecipato al vertice “Scudo delle Americhe” a Miami, una delegazione cilena ha incontrato aziende tecnologiche cinesi a Pechino. Ma la crescente rivalità tra Pechino e Washington riduce lo spazio per una diplomazia neutrale, soprattutto nei settori sensibili come telecomunicazioni, infrastrutture digitali e minerali critici. Il nuovo presidente cileno riuscirà a sostenere il modello economico delle esportazioni mentre gestisce la competizione tra le principali potenze mondiali?
Cile, svolta a destra con Kast e un’eredità ingombrante