Quando il presidente della Repubblica dice che in guerra bisogna guardare anche alla “visione sul futuro”, una domanda viene da sola, e punge. Dov’era questa visione mentre Hezbollah trasformava il nord di Israele in un bersaglio quotidiano, svuotando villaggi, colpendo kibbutz, costringendo famiglie intere a vivere sospese tra sirene, rifugi e paura? Dov’era, soprattutto, il futuro quando tutto questo avveniva nel silenzio del Libano ufficiale, tra inerzia, comoda impotenza e complicità di fatto?
E quando si parla di “bombe devastanti” che cadono sui civili, davvero qualcuno pensa che i civili israeliani restino fuori da quella definizione per una specie di trucco morale? Per anni sono stati colpiti, minacciati, evacuati, sepolti sotto una formula che in Europa funziona sempre: il dolore israeliano non fa notizia, al massimo si parla di contesto.
Il punto è questo, ed è un punto sporco: certe vite entrano subito nella categoria dell’umano, altre vengono filtrate, ridotte, spiegate, relativizzate. A Israele si chiede sempre la storia, il contesto, la misura, la colpa preventiva. Agli altri basta morire. Solo domande, dunque. Che, ne siamo stracerti, non avranno risposta. Come sempre.
Ci sono bombe e bombe, vero?
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