L’economia della Repubblica Islamica dell’Iran si presenta oggi come un sistema ibrido: isolato dai circuiti finanziari globali, ma profondamente radicato in una complessa rete di poteri statali, militari e religiosi.
Se si vuole capire perché l’economia iraniana non collassa del tutto nonostante sanzioni, inflazione e isolamento, bisogna smettere di guardare ai dati ufficiali e iniziare a osservare le strutture che traggono forza proprio dalla crisi. Il problema dell’Iran non è quanto produce, ma chi controlla la moneta, i flussi e i settori strategici.
Il primo pilastro resta quello degli idrocarburi. L’Iran detiene circa il 10% delle riserve mondiali di petrolio e il 15% di quelle di gas naturale. Petrolio e gas rappresentano circa l’80% delle esportazioni totali. Nel 2025 la Cina si conferma il principale acquirente del greggio iraniano, assorbito attraverso canali di pagamento informali e forti sconti, indispensabili per aggirare le sanzioni internazionali. Questo modello garantisce entrate al regime, ma lo rende sempre più dipendente da circuiti opachi e da pochi interlocutori esterni.
A rafforzare questo sistema contribuisce un’alleanza spesso sottovalutata ma cruciale: quella tra Teheran e Caracas. Iran e Venezuela, entrambi colpiti da sanzioni pesanti, hanno costruito negli anni un asse economico fondato sull’elusione dei controlli globali.
La miccia della nuova ondata di proteste è stata però la svalutazione del rial, la moneta nazionale. Il rial non è agganciato ad alcuna valuta forte e vive esclusivamente della fiducia nello Stato, ormai ridotta al minimo. Negli anni il regime ha cercato di contenere il collasso introducendo tassi di cambio multipli: uno ufficiale, riservato ad apparati statali e importazioni strategiche, e uno di mercato, molto più alto, che colpisce cittadini e imprese.
Tra il 2025 e l’inizio del 2026 il cambio sul mercato parallelo ha superato nuove soglie simboliche, avvicinandosi al milione di rial per dollaro. Ogni svalutazione si è tradotta in un aumento immediato dei prezzi di beni essenziali, affitti ed energia. Il crollo della moneta è diventato una tassa invisibile, che ha eroso risparmi e salari, trasformando la sopravvivenza quotidiana in una corsa contro il tempo. Quando la moneta perde valore, perde credibilità anche lo Stato che la emette.
Eppure, non tutti perdono. Chi ha accesso alla valuta forte e ai canali informali riesce a proteggersi – e spesso a guadagnare. Qui entra in gioco un altro pilastro del sistema: i Pasdaran, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica.
Il cuore di questo impero è Khatam al-Anbiya, il grande conglomerato industriale dei Pasdaran. Formalmente consorzio di ingegneria e costruzioni, in realtà uno dei principali attori economici del Paese. Gestisce dighe, oleodotti, autostrade, porti, miniere e grandi opere pubbliche, spesso senza gare trasparenti e con accesso privilegiato a risorse e valuta estera. In un’economia dove lo Stato è il principale committente, controllare Khatam al-Anbiya significa controllare l’economia reale.
Accanto ai pasdaran operano anche le Bonyad, ovvero le fondazioni religiose controllate dal clero. Formalmente sono enti caritatevoli, ma nella pratica gestiscono patrimoni miliardari e interi settori dell’economia. Non rispondono al Parlamento, godono di esenzioni fiscali e si muovono con scarsa trasparenza. Il loro peso contribuisce a frammentare ulteriormente il mercato e a soffocare la libera impresa privata, già penalizzata da sanzioni e corruzione sistemica.
Il risultato è un’economia a doppia velocità. Da un lato una popolazione sempre più povera, che scende in piazza quando la svalutazione rende la crisi insostenibile. Dall’altro un’élite economico-militare-religiosa che non ha alcun interesse a stabilizzare il sistema, perché vive proprio degli squilibri.
Chi ha in mano l’economia iraniana
Chi ha in mano l’economia iraniana

