Il controllo di uno dei principali canali televisivi israeliani cambia improvvisamente direzione quando un gruppo di imprenditori della tecnologia, guidato dal fondatore e amministratore delegato di Wiz Assaf Rappaport, decide di entrare nella partita e acquisire Channel 13 attraverso la Merit Foundation. L’accordo preliminare firmato con Access Industries, la holding del miliardario Len Blavatnik che finora deteneva il controllo della rete, ribalta un esito che fino a pochi giorni prima sembrava quasi inevitabile e che avrebbe consegnato il canale all’imprenditore delle telecomunicazioni Patrick Drahi, figura considerata vicina al primo ministro Benjamin Netanyahu.
L’operazione arriva in un momento delicato per l’ecosistema mediatico israeliano, attraversato da tensioni politiche e da una crisi economica che colpisce l’intero settore televisivo. Channel 13 da anni fatica a trovare un equilibrio finanziario e i numeri diffusi dal quotidiano economico The Marker offrono un quadro piuttosto eloquente: tra il 2022 e il 2025 l’emittente ha accumulato perdite per circa 340 milioni di shekel, l’equivalente di oltre cento milioni di dollari, mentre le proiezioni indicano ulteriori perdite per altri 250 milioni entro il 2027 se non interverrà una svolta radicale nella gestione.
La proposta guidata da Rappaport prevede un investimento iniziale stimato intorno ai 120 milioni di dollari e punta a trasformare la rete in una piattaforma televisiva e digitale capace di competere con un sistema mediatico sempre più dominato dallo streaming e dalle piattaforme online. Nel comunicato diffuso dal gruppo di imprenditori si insiste soprattutto su un principio politico e culturale: Israele, sostengono i promotori dell’operazione, merita un canale di informazione indipendente, forte e patriottico. La dichiarazione non passa inosservata, perché collega la sopravvivenza economica della rete a un’idea di spazio pubblico israeliano in cui l’informazione deve restare autonoma rispetto alle pressioni del potere politico.
La vendita assume quindi un valore che va ben oltre la sorte di una singola emittente televisiva. Negli ultimi mesi la prospettiva che Channel 13 potesse finire sotto il controllo di Drahi aveva sollevato proteste tra giornalisti, commentatori e oppositori del governo, convinti che l’operazione avrebbe rafforzato un sistema mediatico già segnato da forti polarizzazioni. Drahi possiede infatti il gruppo Altice e controlla in Israele la rete via cavo HOT e il canale internazionale i24News, elementi che avrebbero ampliato ulteriormente la sua presenza nel panorama dell’informazione.
Fonti citate dalla stampa economica israeliana hanno anche suggerito che la precedente decisione di Blavatnik di accettare l’offerta di Drahi fosse stata influenzata da pressioni di natura regolatoria. Secondo queste ricostruzioni, agli interlocutori dell’imprenditore britannico-ucraino sarebbe stato fatto capire che una vendita al gruppo tecnologico avrebbe incontrato ostacoli burocratici, mentre un passaggio di proprietà a Drahi avrebbe avuto un iter molto più rapido. In un paese dove il rapporto tra politica e media è da tempo uno dei terreni più sensibili del dibattito pubblico, anche queste indiscrezioni hanno contribuito ad accendere la discussione.
Il gruppo guidato da Rappaport rappresenta una generazione diversa di protagonisti dell’economia israeliana. Wiz, la società di cybersicurezza che ha fondato, è stata al centro di una delle operazioni più clamorose della storia tecnologica del paese quando Google ha annunciato l’acquisizione della compagnia per circa 32 miliardi di dollari, la più grande mai registrata per una startup fondata in Israele. La decisione di investire ora nel settore televisivo indica che una parte dell’élite tecnologica intende entrare direttamente nella costruzione dell’arena pubblica, mettendo risorse e competenze al servizio di un progetto che combina innovazione digitale e identità nazionale.
Per Channel 13 si apre dunque una fase completamente nuova. La rete dovrà affrontare una trasformazione profonda, non solo sul piano finanziario ma anche su quello editoriale e tecnologico, mentre il suo destino continuerà a essere osservato con attenzione da chi teme una crescente politicizzazione dei media e da chi invece vede nella nuova proprietà l’occasione per rilanciare un’informazione più autonoma. In Israele, dove il dibattito pubblico resta una delle espressioni più vive della democrazia, il futuro di un canale televisivo diventa così una questione che riguarda l’equilibrio tra potere, economia e libertà di stampa.
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