Nel 2020, “la mattina di venerdì 17 gennaio, il Consiglio dei Ministri ha adottato ufficialmente la definizione di antisemitismo dell’IHRA. A dare la notizia su Facebook è stata la ministra per le Pari Opportunità e la Famiglia, Elena Bonetti, a nome del governo presieduto da Giuseppe Conte. So what?
L’IHRA (International Holocaust Remembrance Alliance), organizzazione fondata nel 1998 per promuovere la conoscenza della Shoah, ha redatto nel 2005 una definizione dell’antisemitismo, riconosciuta da oltre 30 Stati. “L’antisemitismo è una certa percezione degli ebrei che può esprimersi in forma di odio nei loro confronti. Le manifestazioni retoriche e fisiche di antisemitismo sono dirette contro le persone ebree o non ebree e/o la loro proprietà, le istituzioni delle comunità ebraiche e i luoghi di culto ebraici. Inoltre, aggiunge che “le manifestazioni possono comprendere attacchi contro lo Stato di Israele, inteso come collettività ebraica”. Tuttavia, le critiche mosse a Israele, simili a quelle rivolte a qualsiasi altro Paese, non possono essere considerate antisemitismo.
Che sinistra è allora quella che si è divisa e non riesce a unirsi alle altre forze in Parlamento su quelle stesse parole? Perché fare da guardiani della “rivoluzione pro-pal” invece di combattere la realtà, i fatti di “antisemitismo” evidenti e quelli nascosti, anche dietro le manifestazioni per Gaza? Esibiti nelle condanne di un popolo, non di un governo né di una politica. Si discrimina anche astenendosi dal testo votato in Parlamento perché conterrebbe parole non abbastanza “circostanziate” (sulle manifestazioni di antisemitismo). Si vuole proteggere chi sostiene che Israele è genocida e nazista con argomenti da azzeccagarbugli. Ahimè, beata la sinistra che non ha bisogno di coraggiosi, ma onore a quelli che lo sono stati, perché la posizione della destra è, in verità, una conquista dell’antifascismo vero.
Una sinistra dei due pesi e due misure, molto potente ai tempi di Stalin e dopo, è riemersa alla fine degli anni ’70, identificandosi quasi solo nelle manifestazioni pro-Pal e limitandosi a un’alzata di spalle e troppi distinguo rispetto ai massacri della popolazione iraniana; poi torna in piazza per la “legalità internazionale” contro Trump e Israele. Mi è già capitato di ricostruire qui l’abisso tra l’interesse e il sostegno che la sinistra storica aveva dato a Israele e la svolta del ’67, in senso antiamericano e terzomondista, e poi sempre più reticente sul radicalismo islamico.
La discussione sul sionismo, cioè sul diritto degli ebrei a una patria, ci fu anche nel mondo ebraico, ma con un rispetto che mai mise in discussione la legittimità di Israele. Penso al carteggio tra i due fratelli Sereni: Enzo, che lasciò l’Italia per la Palestina nel 1927, contribuì alla fondazione del kibbutz Givat Brenner e morì a Dachau nel novembre del 1944; l’altro, Emilio, dirigente comunista e intellettuale straordinario, riteneva che la lotta al fascismo e l’internazionalismo avrebbero portato da sé gli esiti dell’emancipazione. Una discussione tragicamente interrotta dall’Olocausto, in cui non mancarono mai però rispetto e il riconoscimento fraterno delle ragioni. Gli argomenti dei padri fondatori della sinistra erano quelli sì molto dettagliati, da Terracini a Ingrao, fino a Napolitano e Fassino; la discriminante dell’opposizione all’antisemitismo era fondativa, e i rapporti successivi con molte delle forze sioniste di Israele furono costanti.
Una delle testimonianze più tragiche e, ahimè, relativamente recenti proviene dall’URSS di Brežnev. Dopo la guerra dei Sei giorni, viene da un ingegnere radiofonico ebreo ucraino, Boris Kochubievsky, che cercò di trasferirsi in Israele. In una lettera a Brežnev, contro l’antisemitismo ancora diffuso, Kochubievsky dichiarò:
«Sono ebreo. Voglio vivere nello Stato ebraico. Questo è un mio diritto, così come lo sono il diritto di un ucraino di vivere in Ucraina, il diritto di un russo di vivere in Russia, il diritto di un georgiano di vivere in Georgia. Voglio vivere in Israele. Questo è il mio sogno; questo è l’obiettivo non solo della mia vita ma anche delle vite di centinaia di generazioni che precedono la mia, dei miei antenati che furono espulsi dalla loro terra.
Voglio che i miei figli studino la lingua ebraica. Voglio leggere giornali ebraici, voglio andare a un teatro ebraico. Cosa c’è di sbagliato in questo? Qual è il mio crimine…?»
Che sinistra è?