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Chávez, il caudillo che confuse il popolo con il palcoscenico

Dal golpe fallito al potere assoluto: anatomia di un uomo che ha distrutto un Paese.

Paolo Montesi

Tempo di Lettura: 3 min
Chávez, il caudillo che confuse il popolo con il palcoscenico

Hugo Rafael Chávez Frías non fu un leader ma piuttosto un fenomeno mediatico con accesso illimitato allo Stato. Un uomo che ha scambiato il potere per una telecamera accesa e il consenso per un applauso forzato, costruendo un regime dove la politica si è sciolta nello spettacolo e la povertà è diventata una scenografia utile. Il caudillo aveva la brutta abitudine di parlare per ore, cantare, raccontare barzellette (su questo, non era certo l’unico), citare Bolívar come altri citano il Vangelo, ma dietro quella voce incessante si è consumata una lenta e inarrestabile demolizione di tutte le istituzioni venezuelane.

Hugo Chávez è arrivato al potere promettendo riscatto e giustizia sociale, brandendo l’odio verso le élite come una formidabile clava retorica. In realtà, ha sostituito una classe dirigente con un’altra, più rozza e più vorace, legata non certo alla competenza quanto piuttosto alla fedeltà personale, come nella migliore (si fa per dire) delle dittature sudamericane, e non solo. Il suo socialismo del XXI secolo non è mai stato un progetto coerente, ma un collage di slogan, improvvisazioni economiche e culto della personalità, tenuto insieme dal petrolio e dalla repressione selettiva.

Militare fallito, golpista sconfitto e poi riabilitato dalla televisione, Chávez a suo tempo ha capito ben prima di molti altri che in America Latina il potere passa dalla emotività prima che dalle urne. Una volta eletto, ha lavorato con metodo per svuotare quelle stesse urne di ogni significato, piegando la magistratura, colonizzando i media, trasformando il Parlamento in una cassa di risonanza. Ogni opposizione veniva dipinta come tradimento, ogni critica come complotto imperialista, ogni crisi come colpa di un nemico esterno.

Il petrolio, manna e maledizione del Venezuela, è stato usato come un bancomat ideologico. I proventi non sono serviti a costruire un’economia solida, ma a comprare consenso, alleanze internazionali e molti, troppi silenzi imbarazzati. Cuba era per lui il modello politico, l’Iran un alleato fidato, le democrazie liberali un’ossessione vera e propria. Chávez si atteggiava a leader globale dei dannati della terra, mentre il suo Paese scivolava verso la dipendenza alimentare, la fuga dei cervelli, il collasso dei servizi essenziali, la fame vera e propria.

Sotto la sua presidenza, il linguaggio politico si è fatto volgare e brutale. L’insulto sostituiva volentieri ogni argomento, l’invettiva inferocita prendeva il posto del dibattito. Chávez non governava, semmai occupava la scena. Ogni problema veniva affrontato con un discorso, ogni fallimento con un capro espiatorio. La povertà non solo non veniva ridotta ma veniva raccontata come virtù rivoluzionaria. L’esercito, sotto le sue mani, è diventato un attore economico, il clientelismo un sistema elaborato e potente, la lealtà personale un vero e proprio criterio di avanzamento.

Quando è morto, nel 2013, ha lasciato un Paese stremato ma un mito intatto, grazie ad una potente macchina propagandistica. Il chavismo è sopravvissuto a Chávez perché era stato pensato per sopravvivere alla realtà. Dietro il volto sorridente del comandante, è rimasto un Venezuela più fragile, più diviso e più povero che mai. Il vero lascito di Hugo Chávez non è stata certo l’emancipazione dei suoi, ma l’abitudine alla dipendenza, l’idea che la politica potesse ridursi a una voce sola che parla per tutti. Il problema, oggi, non è tanto quello di smontare il mito quanto fare i conti con le macerie. Che sono tante, e pesanti. E sotto hanno lasciato molte, troppe vittime.


Chávez, il caudillo che confuse il popolo con il palcoscenico
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