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Cessate il fuoco. Tregua fragile, il rischio di isolamento per Gerusalemme

Le borse reagiscono, il petrolio cala e i governi tirano il fiato, ma la minaccia iraniana resta

Stefano Parisi

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Cessate il fuoco. Tregua fragile, il rischio di isolamento per Gerusalemme

Dal 28 febbraio, quando è iniziato il primo attacco al cuore del regime degli ayatollah da parte dei caccia americani e israeliani, l’obiettivo dichiarato di questa guerra non è mai stato chiaro nelle ondivaghe dichiarazioni del presidente degli Stati Uniti e in quelle titubanti dei leader europei. È invece sempre stato chiaro l’ineluttabile obiettivo di Israele: eliminare la minaccia dell’Iran, di Hamas, di Hezbollah e degli Houthi.

Il regime teocratico di Teheran è da 47 anni una minaccia per gli iraniani, sottomessi e trucidati (più di 35.000 vittime in 48 ore lo scorso gennaio), per Israele, per tutti i paesi del Golfo e per l’intero Occidente.

Dopo quel sabato, l’Europa ha condannato Trump e Israele, denunciando la violazione del “diritto internazionale” da parte di Usa e Israele, chiedendo una de-escalation e auspicando la ripresa dei negoziati con il regime. Si è mobilitata per i missili lanciati contro i paesi del Golfo (non altrettanto per quelli lanciati contro Israele), ha ingiunto a Gerusalemme di ritirarsi dal Libano, ma non ha mosso un dito per il disarmo di Hezbollah e Hamas. In sostanza ha preso le parti dell’Iran e dei suoi proxy contro Stati Uniti e Israele. Si è allarmata per il rischio di una crisi energetica e ha auspicato il ritorno allo status quo ante il 28 febbraio.

Nella notte scorsa si è giunti a un cessate il fuoco, con la fredda presa d’atto da parte del governo di Gerusalemme.
Certo, le borse festeggiano, il prezzo del petrolio è sceso nelle prime ore successive all’annuncio, i governi di tutto il mondo tirano un sospiro di sollievo e vedono forse uno spiraglio per evitare la crisi energetica paventata. Il regime degli ayatollah canta vittoria: la macchina della propaganda è sempre efficiente e pervasiva, anche sotto le bombe e senza una guida suprema. Trump rivendica l’efficacia del suo ultimatum, che avrebbe costretto Teheran ad accettare la tregua. Venerdì riprenderanno i negoziati tra Stati Uniti e Iran.

E Israele? In questi 38 giorni di guerra sono suonate 96.428 volte le sirene per gli attacchi missilistici, 6.305 israeliani sono stati sfollati, 41 sono morti e 7.183 sono rimasti feriti.

La minaccia iraniana, ancorché indebolita, persiste. Hezbollah continua a bombardare il nord del paese, così come Hamas è in pieno controllo della parte di Gaza al di là della linea gialla e continua a uccidere palestinesi e a violare il cessate il fuoco, senza alcuna volontà di passare alla fase due dell’accordo di oltre cinque mesi fa.

Dopo due anni e mezzo di guerra condotta da Israele contro i suoi nemici, nonostante l’aiuto militare americano nello scontro con l’Iran, Israele non ha raggiunto gli obiettivi di sicurezza che il governo aveva auspicato e rischia di essere sacrificato nel negoziato che partirà venerdì a Islamabad.

Lo capiremo nelle prossime ore, ma Israele, insieme agli iraniani, rischia di essere la vera vittima di questo conflitto. Se così fosse, l’intero Medio Oriente rimarrebbe in una situazione di grave instabilità e il mondo libero sotto la minaccia dell’Islam radicale. L’arma energetica, i missili e i droni iraniani si sono rivelati più letali di quanto ci si aspettasse. Ma una maggiore fermezza e unità dell’Occidente con i paesi del Golfo, ancora auspicabile, potrebbe portare finalmente al collasso della Repubblica Islamica e aprire una nuova era di sicurezza e prosperità per il mondo libero.


Pubblicato da il Riformista


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