La tregua è arrivata, ma non ha portato sollievo. Ha imposto una pausa, carica di tensione, in cui ogni capitale del Golfo osserva con attenzione il prossimo passo di Teheran e quello, altrettanto decisivo, di Washington. Il cessate il fuoco tra Stati Uniti e Iran viene accolto come una necessità, quasi una sospensione forzata del conflitto, eppure nei commenti che attraversano il mondo arabo emerge una sensazione più simile a un trattenere il fiato che a un ritorno alla normalità.
Il quotidiano saudita Asharq Al-Awsat descrive con precisione questo stato d’animo, parlando di una regione entrata in una fase di attesa carica di inquietudine mentre si avvicina il momento in cui si capirà se la sospensione delle operazioni militari annunciata da Donald Trump potrà trasformarsi in qualcosa di più stabile. Il sostegno condizionato di Israele e l’apertura di un canale negoziale mediato dal Pakistan, con il coinvolgimento della Cina, non bastano a dissipare i dubbi, perché sul terreno la realtà continua a muoversi in direzione opposta rispetto alla diplomazia.
Nel Libano meridionale gli attacchi israeliani proseguono e tracciano una linea netta tra ciò che viene negoziato e ciò che accade davvero, rendendo evidente quanto la tregua sia parziale e quanto il Libano rischi di restare fuori dal perimetro della stabilizzazione. È proprio su questo punto che si concentra una parte crescente del dibattito arabo, con richieste sempre più esplicite di includere Beirut in qualsiasi architettura di cessazione delle ostilità, mentre il presidente libanese Joseph Aoun insiste sulla necessità di una pace regionale che non lasci zone grigie.
Intanto, dal Golfo arrivano critiche dure nei confronti dell’Iran, accusato da diversi commentatori di aver scelto la sopravvivenza a scapito dei propri alleati. La lettura che si diffonde è quella di una potenza che ha alimentato per anni una rete di attori regionali, salvo poi tirarsi indietro quando il costo diretto del confronto è diventato troppo alto. In questa chiave, Hezbollah e gli Houthi appaiono come strumenti sacrificabili, mentre Teheran tenta di ricucire un rapporto con gli Stati Uniti e di guadagnare tempo sul dossier nucleare.
Questa percezione si intreccia con un’altra preoccupazione, più ampia e concreta, che riguarda lo Stretto di Hormuz. Gli Emirati Arabi Uniti hanno attaccato apertamente il Consiglio di Sicurezza per la sua incapacità di garantire la libertà di navigazione in un passaggio da cui transita una quota enorme dell’energia globale, ricordando come gli attacchi alle navi mercantili e la chiusura di fatto dello stretto abbiano già prodotto effetti immediati sui mercati e sulla sicurezza alimentare. Non si tratta di un problema regionale, bensì di un nodo che tocca ogni economia, ogni catena di approvvigionamento, ogni famiglia.
In questo quadro, la tregua appare come un corridoio stretto e instabile, dentro cui si muovono interessi divergenti e calcoli strategici difficili da conciliare. L’Iran prova a ridefinire le regole del gioco senza rinunciare alle sue ambizioni, gli Stati del Golfo cercano garanzie che non arrivano, Israele mantiene una pressione militare selettiva, mentre il Libano resta sospeso tra due fuochi.
Il risultato è una regione che non celebra la fine delle ostilità, perché sa che quella fine non è arrivata davvero, e che guarda alle prossime settimane come a un passaggio decisivo in cui si capirà se questa pausa sarà ricordata come l’inizio di una de-escalation o come l’intervallo prima di una nuova, inevitabile accelerazione del conflitto.
Cessate il fuoco. Il mondo arabo trattiene il fiato