Restituire un trofeo “avvolto nella carta igienica e fatto a pezzi” non è una protesta, al massimo possiamo definirla una (brutta) scenografia. È l’illusione che rompere un oggetto equivalga a spezzare una realtà complessa. Il protagonista è Nemo, vincitore dell’Eurovision Song Contest 2024, che ha deciso di rispedire il premio all’European Broadcasting Union per contestare la partecipazione di Israele.
Il messaggio è chiaro: l’Eurovision parla di inclusione, ma ammette uno Stato accusato di crimini gravissimi (tra cui quello, forse il più grave, di difendere se stesso e i propri cittadini). Diciamo – perché siamo civili e generosi che, fin qui, si può discutere. Il problema è il teatro del gesto. Quando un artista trasforma un riconoscimento pubblico in un oggetto da distruggere, il dibattito smette di essere politico e diventa performance, e nemmeno delle più brillanti. Invece di portare argomenti, si tira un pugno, per quanto simbolico sia. Invece di convincere, o di tentare di farlo, si sceglie la ‘provocazione’, in una forma a dir poco miserrima e involontariamente comica.
E colpisce ancora di più se si considera che la vicenda si intreccia con rivelazioni imbarazzanti sulla storia familiare del cantante, pubblicate da Die Weltwoche: parenti simpatizzanti del nazismo, un bisnonno funzionario di un giornale filohitleriano. Dettagli che non rendono colpevole nessuno per eredità, ma che almeno consiglierebbero prudenza prima di brandire accuse assolute contro un intero Paese.
Qui non è in gioco la libertà di critica, assolutamente sacrosanta, ma semmai la sproporzione. Un concorso musicale viene trasformato in tribunale morale e un trofeo è ridotto a carta igienica per affermare una superiorità etica che non ammette repliche.
È il clima del tempo (ovvero l’esprit du temps, che è anche come abbiamo titolato una nostra sezione). La protesta deve essere caciarona, come si dice a Roma, simbolicamente violenta e soprattutto virale. Se poi il simbolo è l’unico oggetto che testimoniava un momento di successo condiviso, tanto meglio. Si distrugge ciò che si è appena celebrato, con buona pace della coerenza che evidentemente per alcuni è un trascurabilissimo dettaglio.
Di un paio di cose siamo abbastanza sicuri: l’Eurovision sopravviverà magari per qualche anno e Israele per sempre, piaccia o non piaccia al gruppuscono di odiatori. Resta la sensazione di un gesto piccolo che pretende di essere enorme e che finisce, inevitabilmente, per dire più su chi lo compie che su chi ne è bersaglio.
Carta igienica e memoria corta
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