La nomina di Ella Waweya, conosciuta dal grande pubblico come Capitan Ella, alla guida del dipartimento di comunicazione in lingua araba delle Forze di difesa israeliane non è soltanto un avvicendamento interno, ma un segnale politico e culturale che va letto dentro il contesto più ampio di una guerra combattuta anche sul terreno della parola, della percezione e dell’influenza. Dopo anni in cui quel ruolo è stato incarnato da Avichay Adraee, volto familiare e spesso controverso della comunicazione militare israeliana verso il mondo arabo, l’esercito affida ora quella responsabilità a un’ufficiale che proviene da una cittadina araba israeliana, che parla l’arabo come lingua madre e che ha costruito la propria credibilità non soltanto nei briefing ufficiali ma anche nello spazio, scivoloso e aggressivo, dei social network regionali.
Ella Waweya non arriva a questo incarico come una figura improvvisata o puramente simbolica. Negli ultimi anni ha ricoperto ruoli centrali all’interno dell’unità del portavoce dell’IDF, lavorando a stretto contatto con il dipartimento arabo e diventandone di fatto una delle voci più riconoscibili, soprattutto dopo il 7 ottobre, quando la comunicazione militare israeliana ha assunto un peso strategico ancora maggiore. I suoi interventi, spesso diretti e privi di compiacimenti, hanno puntato a smontare la propaganda di Hamas e dei suoi alleati, rivolgendosi a un pubblico arabo vasto e frammentato che va ben oltre Gaza e la Cisgiordania.
Il confronto con la figura di Avichay Adraee è inevitabile. Per quasi vent’anni Adraee ha rappresentato una presenza costante nel panorama mediatico arabo, diventando per molti un bersaglio, per altri una fonte, per altri ancora un simbolo della capacità israeliana di parlare direttamente ai propri nemici. La sua uscita di scena, maturata dopo una lunga carriera, chiude una stagione e ne apre un’altra in cui il linguaggio, i registri e le modalità di interazione sono destinati a cambiare, anche perché il contesto regionale è oggi più polarizzato, più violento e meno disposto ad ascoltare voci istituzionali.
La scelta di affidare questo ruolo a una donna araba musulmana, cittadina di Israele e ufficiale dell’esercito, non va letta come un gesto cosmetico ma è semmai una scommessa rischiosa, che espone Waweya a pressioni incrociate e a una delegittimazione costante, sia da parte dei nemici esterni sia da segmenti interni che guardano con sospetto a ogni deviazione dai profili tradizionali. Allo stesso tempo è un tentativo di rendere la comunicazione più aderente alle sensibilità linguistiche e culturali di un pubblico che conosce bene le tecniche della propaganda e che difficilmente si lascia convincere da messaggi percepiti come prefabbricati.
In un Medio Oriente dove la guerra delle parole precede spesso quella delle armi e la segue senza tregua, la nomina di Capitan Ella dice molto sulla consapevolezza israeliana dei limiti e delle necessità della propria comunicazione. Non promette miracoli né svolte improvvise, ma indica una direzione chiara: parlare in arabo non basta più, bisogna sapere come farlo, da dove lo si fa e con quale credibilità. È su questo terreno che si misurerà davvero il senso di questa scelta.
Capitan Ella alla guida della comunicazione in arabo dell’IDF

