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Caos tra i Verdi inglesi sul Sionismo equiparato al razzismo

La mozione per abolire Israele e creare uno Stato unico palestinese slitta dopo tensioni interne

Paolo Montesi

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Caos tra i Verdi inglesi sul Sionismo equiparato al razzismo

Doveva essere il momento in cui il Green Party avrebbe compiuto un salto politico destinato a lasciare un segno profondo nel dibattito britannico, e invece la conferenza primaverile si è trasformata in un laboratorio di fratture, esitazioni e imprevisti che hanno finito per rinviare tutto, lasciando però intatto il nodo politico che prima o poi tornerà sul tavolo con maggiore forza.

La mozione che equipara il sionismo al razzismo, e che chiede esplicitamente la fine dello Stato di Israele in favore di uno Stato palestinese unico su tutta la Palestina storica con Gerusalemme capitale, non è stata votata. Non perché sia stata respinta, ma perché non si è arrivati al voto. La sequenza degli eventi racconta molto più del risultato mancato: una serie di mozioni di sfiducia contro la leadership ha imposto discussioni separate, rallentando i lavori, mentre un conflitto interno sulla legittimità stessa della proposta ha ulteriormente allungato i tempi.

A quel punto è intervenuto un elemento che sembra marginale e invece diventa simbolico: la piattaforma Zoom, incapace di reggere il numero dei partecipanti, è andata ripetutamente in crash, fino a far scadere il tempo disponibile anche dopo una proroga straordinaria. La politica, in questo caso, si è inceppata per ragioni tecniche, ma il blocco digitale ha semplicemente reso visibile un blocco politico già evidente.

Il leader del partito, Zack Polanski, figura atipica perché ebreo e dichiaratamente non sionista, ha mantenuto una posizione ambigua che riflette la tensione interna: da un lato ha lasciato intendere che potrebbe sostenere la mozione se collegata alle azioni del governo israeliano a Gaza, dall’altro ha evitato un endorsement netto, rinviando la decisione al dibattito. Questa esitazione segnala una linea di faglia precisa tra chi vuole trasformare il partito in un attore esplicitamente ostile all’esistenza stessa di Israele e chi teme le conseguenze politiche di una simile scelta, soprattutto in vista delle elezioni locali.

Il testo della mozione, tuttavia, chiarisce la direzione: riconosce come legittima la “resistenza con ogni mezzo” sotto il diritto internazionale e propone di abbandonare la definizione di antisemitismo dell’International Holocaust Remembrance Alliance, accusata di essere utilizzata per silenziare le critiche a Israele. Qui il passaggio diventa delicato, perché non riguarda soltanto la politica estera, ma ridefinisce il perimetro stesso di ciò che viene considerato antisemitismo nel dibattito pubblico britannico.

Il contesto rende tutto più esplosivo. Il Regno Unito sta registrando un aumento significativo degli episodi antisemiti, con dati del Community Security Trust che parlano di migliaia di incidenti nel solo 2025, mentre nelle ultime settimane si sono verificati attacchi diretti contro obiettivi ebraici, tra cui l’incendio di ambulanze legate a una comunità nel nord di Londra e un attentato a una sinagoga a Manchester avvenuto lo scorso ottobre.

Dentro questo clima, la discussione interna ai Verdi assume un peso che va oltre il partito stesso. Non si tratta soltanto di una linea politica su Israele, ma di una ridefinizione più ampia delle coordinate culturali della sinistra radicale britannica, dove il conflitto israelo-palestinese funziona sempre più come terreno identitario e meno come questione geopolitica concreta.

Il rinvio del voto non chiude nulla. La mozione tornerà, probabilmente con maggiore organizzazione e meno inciampi tecnici, e a quel punto il partito sarà costretto a scegliere in modo netto. Per ora resta l’immagine di una forza politica che, mentre prova a ridefinire il proprio profilo ideologico, inciampa su se stessa, lasciando aperta una domanda che non può più essere evitata: fino a che punto si può spingere una posizione senza pagarne il prezzo politico e culturale nel contesto di una democrazia liberale.


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