C’è una nuova santificazione in corso, rapida, fervorosa, senza contraddittorio. Hannoun è già pronto per l’altare laico: vittima designata, martire in pectore, assassinato – ça va sans dire – dai perfidi agenti del Mossad. Non servono prove, non servono dubbi, non serve nemmeno una storia coerente. Basta l’accusa giusta, il colpevole giusto, il pubblico giusto. Amen.
Del resto, il calendario liturgico dell’indignazione selettiva è fitto. Archiviata la novena per Santa Francesca Albanese – già elevata a icona intoccabile, al riparo da qualunque critica come si conviene ai santi moderni – ecco che si passa senza soluzione di continuità al nuovo martire. Il culto non conosce pause: cambia il nome ma resta il copione. Ed eccoci di fronte ai personaggi e interpreti: una vittima pura, un carnefice israeliano, la folla in adorazione. Chi chiede di capire viene guardato con sospetto, chi pretende prove è un miscredente, chi prova a distinguere viene subito accusato di empietà politica.
Ma la cosa interessante è che tutto questo (come diceva un signore del Palazzo di Vetro anche se del tutto indegnamente a sproposito) non avviene nel vuoto. Mentre si prepara l’incenso per Hannoun, da Torino parte la campagna di Brahim Baya, che invita i musulmani a votare no al referendum sulla Giustizia. Un appello identitario, esplicito, rivendicato. Nessun problema, nessun allarme democratico, nessun coro scandalizzato. Tutt’altro, un silenzio devoto e un bell’odore di incenso che manco nelle messe in Vaticano si sente così forte.
E allora eccoci qua, signori. I pezzi del puzzle si incastrano senza neppure sforzo. Da un lato la costruzione seriale di martiri utili, sempre con lo stesso assassino designato; dall’altro la mobilitazione politica su base comunitaria, presentata come normale espressione di pluralismo. In mezzo, un’opinione pubblica narcotizzata da parole grandi e verifiche piccole, quando non inesistenti.
La cena è servita, appunto. Avvelenata, ma con tovaglia immacolata. Si mangia indignazione a cucchiaiate, si beve propaganda a piccoli sorsi, e guai a chiedere cosa c’è davvero nel piatto. Perché qui il problema non è Hannoun, né Albanese, né Baya presi singolarmente. Il problema è il rituale: la santificazione automatica, l’odio a senso unico, la politica ridotta a liturgia. E come tutte le liturgie, funziona benissimo finché nessuno osa alzarsi dal banco.
Canonizzazioni laiche e cene avvelenate
Canonizzazioni laiche e cene avvelenate
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