Il Canada continua a essere raccontato come una democrazia solida, ben amministrata e sostanzialmente al riparo dalle fratture che attraversano altre società occidentali, ma questa rappresentazione rischia di semplificare una realtà che, soprattutto sul piano politico e internazionale, è diventata più complessa e meno lineare. Oggi Ottawa è guidata da Mark Carney, arrivato alla guida del governo dopo la lunga stagione di Justin Trudeau, e sostenuto da un Partito Liberale che ha cercato di rinnovare il proprio profilo puntando su competenza economica e affidabilità istituzionale, in un contesto segnato da inflazione, crisi abitativa e crescente insofferenza di una parte dell’elettorato.
Sul piano interno, il Canada resta un Paese relativamente stabile, ma non immune da tensioni. L’aumento del costo della vita, le difficoltà nel mercato immobiliare e il tema dell’immigrazione, che per anni è stato presentato come un modello di successo, sono diventati oggetto di un dibattito più acceso. La crescita demografica sostenuta, in particolare nelle grandi aree urbane, ha messo sotto pressione servizi e infrastrutture, mentre le province chiedono maggiore autonomia decisionale e risorse aggiuntive. Carney ha impostato la sua azione su un registro pragmatico, cercando di rassicurare mercati e partner internazionali, ma senza rompere con l’impianto progressista che ha caratterizzato l’era precedente.
In politica estera, il Canada continua a muoversi nel solco del multilateralismo, mantenendo un ruolo attivo in ambito Nato e nelle sedi delle Nazioni Unite, come dimostrano i suoi contributi alle missioni internazionali e il costante richiamo al rispetto del diritto internazionale. Allo stesso tempo, però, Ottawa sembra meno disposta a esporsi in modo netto, preferendo un linguaggio prudente che tenga insieme alleanze tradizionali e sensibilità interne spesso divergenti. Questo equilibrio, che per decenni ha funzionato, oggi mostra qualche crepa, soprattutto quando le crisi internazionali diventano polarizzanti.
Il rapporto con Israele è uno dei dossier che meglio illustrano questa difficoltà. Dopo gli attacchi del 7 ottobre e la guerra a Gaza, il Canada ha inizialmente ribadito il diritto di Israele a difendersi, allineandosi alle posizioni dei principali alleati occidentali. Con il passare dei mesi, tuttavia, la linea di Ottawa si è fatta più cauta, con richiami sempre più frequenti alla protezione dei civili palestinesi, il sostegno a risoluzioni Onu per il cessate il fuoco e la decisione di sospendere alcune autorizzazioni all’esportazione di materiale militare. Una scelta che ha suscitato critiche sia da parte di chi la considera un segnale di cedimento politico, sia da chi la giudica tardiva e insufficiente.
Il Canada continua a sostenere ufficialmente la soluzione dei due Stati e a mantenere relazioni diplomatiche piene con Israele, ma il clima è cambiato. Le comunità ebraiche canadesi hanno espresso preoccupazione per l’aumento degli episodi antisemiti e per un discorso pubblico che, in alcuni casi, tende a confondere la critica al governo israeliano con una delegittimazione più ampia. Dall’altra parte, una parte dell’opinione pubblica e del mondo accademico spinge per un riconoscimento dello Stato palestinese e per una linea più assertiva nei confronti di Gerusalemme.
In questo quadro, il Canada resta un attore importante ma meno incisivo di quanto fosse in passato, stretto tra il desiderio di preservare la propria immagine di Paese equilibrato e la necessità di prendere decisioni che inevitabilmente scontentano qualcuno. La sfida per il governo Carney sarà capire se questa prudenza potrà ancora funzionare in un mondo sempre più diviso, oppure se anche Ottawa dovrà accettare che, prima o poi, scegliere diventa inevitabile.
Canada, tra stabilità interna e ambiguità esterne

