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Canada, porte chiuse per Rima Hassan

L’eurodeputata francese bloccata all’ultimo momento: Ottawa parla di irregolarità, lei accusa pressioni filo-israeliane

Rosa Davanzo

Tempo di Lettura: 3 min
Canada, porte chiuse per Rima Hassan

Il viaggio era pronto, le conferenze organizzate, il pubblico già mobilitato a Montréal, eppure nel giro di poche ore tutto si è dissolto in una decisione amministrativa che ha assunto immediatamente un peso politico ben più ampio. A Rima Hassan, eurodeputata francese nota per le sue prese di posizione feroci contro Israele, è stato negato l’ingresso in Canada proprio il giorno della partenza, trasformando una tournée di interventi pubblici in un caso internazionale che mette a confronto libertà di parola, sicurezza e pressione politica.

Le autorità canadesi hanno motivato il blocco con irregolarità nella documentazione, facendo riferimento alla mancata dichiarazione di un precedente rifiuto di ingresso in Israele e a una vicenda giudiziaria passata. Una spiegazione formale che però non ha spento le polemiche, perché la diretta interessata ha sostenuto che la decisione è stata provocata da una mobilitazione di organizzazioni filo-israeliane, tra cui il Centre for Israel and Jewish Affairs, accusate di aver esercitato pressioni su Ottawa.

Il caso si inserisce in un percorso politico già segnato da forti tensioni. Hassan, figura vicina a La France Insoumise, ha costruito la propria visibilità sull’antisionismo più radicale al punto che negli ultimi mesi esponenti politici francesi hanno chiesto la revoca dell’immunità parlamentare. La sua partecipazione a iniziative come la cosiddetta flotilla diretta verso Gaza e il respingimento subito in Israele nel febbraio 2025 avevano già contribuito a collocarla in una posizione altamente divisiva nel panorama europeo.

La reazione del suo partito non si è fatta attendere, con accuse esplicite al governo canadese di aver limitato l’esercizio del mandato di un’eurodeputata e di aver ceduto a pressioni esterne, mentre sul versante opposto organizzazioni come B’nai Brith Canada hanno salutato il provvedimento come un segnale necessario contro la diffusione di messaggi ritenuti vicini alla legittimazione della violenza. Il punto di frizione emerge qui con chiarezza, perché la linea che separa critica politica e giustificazione di atti ostili viene tracciata in modo sempre più divergente a seconda degli attori coinvolti.

Il governo canadese non ha trasformato la vicenda in un confronto politico diretto, mantenendo una comunicazione prudente e ancorata agli aspetti procedurali, tuttavia il contesto in cui la decisione è maturata rende difficile ridurre tutto a una questione burocratica. Negli ultimi anni il Canada ha irrigidito alcuni criteri di ingresso legati alla sicurezza e alla trasparenza delle informazioni personali, mentre il dibattito interno sul conflitto israelo-palestinese si è fatto più acceso anche nelle università e negli spazi pubblici.

Rima Hassan ha annunciato che interverrà comunque agli eventi previsti, collegandosi da remoto, e ha trasformato il divieto in un ulteriore elemento della propria battaglia politica, presentandolo come un tentativo di silenziare una voce critica. Questa scelta contribuisce a spostare il terreno dello scontro dal piano amministrativo a quello simbolico, dove ogni decisione viene letta come un segnale più ampio sulle regole del discorso pubblico nelle democrazie occidentali.

Resta una questione che il caso rende difficile eludere, perché riguarda il modo in cui Stati e istituzioni gestiscono l’ingresso di figure politiche controverse senza alimentare la percezione di censura, e allo stesso tempo senza rinunciare a criteri di controllo che vengono considerati essenziali.


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