Nel cuore dell’Europa istituzionale, dove le parole vengono pesate con cura diplomatica e ogni gesto è scrutinato, la vicenda che coinvolge il deputato belga Michael Freilich ha assunto contorni che vanno ben oltre una controversia procedurale. Tutto nasce ad Anversa, città dalla storica presenza ebraica, dopo le perquisizioni nelle case di tre mohel (coloro che sono autorizzati a praticare secondo il rituale ebraico la circoncizione, n.d.r.) accusati di aver praticato appunto circoncisioni ma senza la certificazione richiesta dalla normativa belga, che consente il rito solo se eseguito da un medico abilitato. Arresti, rilascio con restrizioni, divieto di proseguire l’attività. Un caso giudiziario che, in un clima già carico di tensioni identitarie, si trasforma rapidamente in scontro politico.
Freilich, unico parlamentare ebreo del Belgio e membro della Nieuw-Vlaamse Alliantie, si trovava negli Stati Uniti quando l’inchiesta è esplosa. Ha ammesso di aver discusso con funzionari americani per comprendere come conciliare libertà religiosa e standard sanitari, sottolineando di non aver mai incontrato né parlato con l’ambasciatore statunitense Bill White, il quale nei giorni scorsi ha denunciato su X quella che ha definito una “persecuzione antisemita”. Le sue parole, accompagnate da un attacco personale al ministro della Salute Frank Vandenbroucke, hanno innescato una reazione a catena.
Diversi esponenti politici, dall’ex ministro della Giustizia Vincent Van Quickenborne a Frederik De Gocht, hanno accusato Freilich di aver cercato sponde straniere per influenzare un procedimento interno, evocando il principio di sovranità e l’autonomia del dibattito democratico belga. Anche il partito Groen ha chiesto l’intervento della commissione etica, mentre il leader dei cristiano-democratici Sami Mehdi ha parlato di interferenze inaccettabili, immaginando scenari speculari che avrebbero suscitato indignazione se protagonisti fossero stati altri gruppi religiosi.
Sul fronte opposto, la presidente della N-VA Valerie Van Peel ha difeso il proprio deputato definendo “speculazioni” le ricostruzioni della stampa, e l’Unione delle Comunità Ebraiche in Europa ha denunciato un tentativo di delegittimazione che riecheggia accuse di doppia lealtà, uno dei cliché più persistenti dell’antisemitismo continentale. Ed è proprio qui che affiora il paragone con il processo a Alfred Dreyfus, evocato dagli amici di Freilich. Il riferimento non riguarda un’analogia storica puntuale, bensì la sensazione che l’unico parlamentare ebreo venga sottoposto a un livello di sospetto diverso rispetto ai colleghi, come se la sua identità rendesse automaticamente ambigue le sue iniziative.
Il ministro degli Esteri Maxime Prévot ha respinto con fermezza qualsiasi accusa di antisemitismo, ricordando che il Belgio dispone di leggi severe contro i crimini d’odio e che il nuovo codice penale, in vigore dall’aprile 2026, rafforzerà le aggravanti per i reati a sfondo discriminatorio. Ha ribadito che l’inchiesta sui circoncisori è partita da una denuncia interna alla stessa comunità ebraica e che ogni anno nel Paese si svolgono decine di migliaia di circoncisioni senza interventi giudiziari.
Eppure il dibattito non si è fermato ai confini nazionali. Il ministro israeliano Gideon Sa’ar ha citato i dati dell’OCAM, l’organo federale per l’analisi delle minacce, secondo cui le comunità ebraiche restano un bersaglio privilegiato del terrorismo, e ha denunciato un clima in cui indossare la kippah può suscitare timore. La replica belga ha difeso l’impegno contro l’odio e respinto l’idea che l’applicazione del diritto internazionale, anche nei confronti degli insediamenti in Giudea e Samaria, equivalga a ostilità verso gli ebrei.
Resta una frattura che attraversa l’opinione pubblica. La questione giuridica sulla circoncisione si intreccia con la percezione, diffusa in parte della diaspora, di una vulnerabilità crescente. In questo intreccio di diritto, identità e diplomazia, la politica belga è chiamata a un equilibrio delicato, perché quando la libertà religiosa e la sicurezza sanitaria vengono contrapposte senza pazienza e senza ascolto, il rischio è che a prevalere non sia la legge ma il sospetto. E il sospetto, in Europa, ha una storia che nessuno può permettersi di dimenticare.
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