La mappa sbagliata è solo l’innesco. Il punto interessante sta in ciò che rivela: perfino uno spazio pensato per i bambini può diventare terreno di scontro politico. Britannica Kids non è un sito qualunque, è un simbolo di affidabilità. Proprio per questo l’errore pesa più del normale. Non perché cambi la realtà, ma perché mostra quanto la realtà sia già entrata nei materiali educativi.
Scrivere “Palestina” al posto di “Israele” non è una svista geografica. È un gesto che porta con sé un intero immaginario, uno slogan, una narrativa. E quando compare in un prodotto destinato ai più piccoli, la domanda è inevitabile: com’è possibile che nessuno se ne sia accorto prima?
Lo sguardo laterale ci porta allora dentro un clima culturale in cui molte istituzioni hanno paura di sbagliare “nel verso sbagliato”. La prudenza diventa sospetta, la complessità un lusso, e così anche un’enciclopedia finisce per assorbire tensioni che dovrebbero restare fuori dalle aule scolastiche.
C’è poi un altro livello: la battaglia per la legittimità simbolica. Le mappe non descrivono soltanto il mondo, lo definiscono. E chi parla ai bambini, in fondo, parla al futuro. Non stupisce che ogni centimetro di territorio sia diventato un campo minato.
Britannica ha rimosso la mappa e promesso verifiche. Giusto. Ma il vero problema non è la correzione: è la fiducia incrinata. Perché se perfino un’enciclopedia per ragazzi inciampa in un simbolo così carico, la sensazione è che la neutralità culturale sia diventata un miraggio.
Alla fine resta una domanda semplice: se anche gli strumenti pensati per insegnare ai bambini diventano arene ideologiche, dove si può ancora trovare un luogo davvero libero da bandiere e slogan?
Britannica “dimentica” Israele: l’errore che svela un clima culturale avvelenato

