I nodi, prima o poi, dovevano venire al pettine.
La campagna d’Italia condotta da Hamas e denunciata per prima da Setteottobre viene finalmente alla luce. L’ipersensibilizzazione sul presunto «genocidio di Gaza» non era solidarietà, né attivismo: era una campagna di guerra cognitiva vera e propria, costruita per orientare l’opinione pubblica, legittimare l’odio e alimentare una gigantesca macchina di finanziamento del terrorismo. In quella narrazione sono caduti politici, attivisti e intellettuali italiani, trascinando con loro milioni di cittadini, lettori e spettatori, ridotti a pedine inconsapevoli di una strategia lucida, organizzata e criminale.
Lo spartiacque è tracciato dall’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia e antiterrorismo di Genova: nove arresti, oltre sette milioni di euro raccolti e trasferiti, una cellula di Hamas operativa da anni in Italia sotto copertura umanitaria. Non un incidente di percorso, non una deviazione marginale: un sistema strutturato, radicato, con referenti, filiali e flussi finanziari continui.
Secondo la Polizia di Stato, Mohammad Mahmoud Ahmad Hannoun e i suoi collaboratori avrebbero costituito in Italia una vera e propria cellula di Hamas, operando per anni attraverso l’Associazione benefica di solidarietà con il popolo palestinese (A.B.S.P.P.). Una struttura integrata nel comparto estero dell’organizzazione. Tra gli arrestati figurano Ra’Ed Hussny Mousa Dawoud, Raed Al Salahat, Yaser Elasaly, Jaber Abdelrahim Albustanji Riyad e Osama Alisawi, ex ministro del governo di fatto a Gaza e cofondatore della stessa A.B.S.P.P. Per sei di loro l’accusa è di aver versato complessivamente 7 milioni e 280 mila euro a Hamas: fondi raccolti formalmente per scopi umanitari ma destinati in larga parte – oltre il 71% – al finanziamento diretto dell’organizzazione terroristica.
Delle nove misure cautelari ottenute dalla Procura di Genova, solo sette sono state eseguite. Due indagati si trovano all’estero, uno in Turchia e uno a Gaza. Nel corso delle perquisizioni effettuate a Genova, Milano, Monza, Firenze, Roma, Bologna, Torino, Modena, Bergamo e Lodi sono stati sequestrati oltre 200 mila euro in contanti, in gran parte presso la sede dell’associazione La Cupola d’Oro a Milano.
A questo punto si impone una domanda inevitabile.
Com’è possibile che una rete di tali dimensioni, attiva per anni e in contatto con ambienti internazionali, non sia mai stata intercettata dalla Special Rapporteur delle Nazioni Unite per i territori occupati, in relazione con alcuni dei soggetti oggi indagati? Francesca Albanese potrà continuare il suo mandato senza che vengano chiariti fino in fondo rapporti, frequentazioni e responsabilità politiche? Le foto sul palco, Albanese e Hannoun insieme, esistono. Cosa ci sia dietro quelle immagini non spetta dirlo a noi, ma agli inquirenti, ai quali va oggi il nostro plauso e incoraggiamento: andate avanti, spiegateci ciò che i protagonisti di quelle foto non dicono.
Il motore era il denaro.
Tanto, tantissimo denaro che dall’Italia affluiva verso i vertici del terrorismo: per missili e tunnel, per apparati militari, per mantenere i torturatori degli ostaggi del 7 ottobre, per pagare killer, informatori, spioni. Denaro che non proveniva soltanto dalla rete islamista attiva a Genova, ma che lì confluiva anche attraverso raccolte presso soggetti italiani. Sui canali di esfiltrazione e riciclaggio stanno indagando gli inquirenti; resta però una domanda politica e morale che non può più essere elusa: chi ha alimentato questa macchina della morte?
Il quadro investigativo conferma che le cellule estere non sono iniziative spontanee, ma parte di un progetto strategico transnazionale, precedente al 7 ottobre e mimetizzato per anni dietro la retorica della beneficenza.
La presa di posizione istituzionale arriva dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che esprime «apprezzamento e soddisfazione per un’operazione di particolare complessità e importanza, che ha consentito di eseguire gli arresti di nove persone accusate di aver finanziato Hamas, attraverso alcune associazioni sedicenti benefiche, per oltre sette milioni di euro». Meloni entra nel merito dell’inchiesta: «Tra queste, il presidente dell’associazione dei palestinesi in Italia Mohammad Mahmoud Ahmad Hannoun, definito dagli investigatori “membro del comparto estero dell’organizzazione terroristica Hamas” e “vertice della cellula italiana dell’organizzazione Hamas”». E conclude ringraziando «la Procura di Genova, la Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo, la Polizia di Stato, la Guardia di Finanza, oltre al supporto informativo fornito da Aise – Agenzia informazioni e sicurezza esterna».
Sul piano politico, la maggioranza di centrodestra parla senza esitazioni di un’inchiesta di straordinaria importanza. Matteo Salvini ricorda che «milioni di persone dovrebbero chiedere scusa», mentre Antonio Tajani ringrazia Polizia di Stato e Guardia di Finanza per l’operazione. Da Fratelli d’Italia, Carlo Fidanza chiama direttamente in causa Giuseppe Conte ed Elly Schlein, chiedendo se ora avranno il coraggio di una condanna netta. Perché il dato più imbarazzante resta il silenzio di Pd, M5S e Avs, tanto più grave se si considera che Hannoun era presenza costante e oratore conclusivo in molte manifestazioni sostenute da quell’area politica.
Interviene Pina Picierno, vicepresidente del Parlamento europeo, che definisce l’arresto di Hannoun «un passaggio di straordinaria importanza nella lotta al terrorismo» e parla apertamente di una rete transnazionale che ha sfruttato coperture associative e una narrazione umanitaria distorta.
Daniele Nahum, di Azione, parla della fine di un’ipocrisia durata troppo a lungo e chiede conto a chi ha condiviso palchi e manifestazioni con Hannoun: «Ora abbiate il coraggio di chiedere scusa».
Questa inchiesta non chiude una stagione: la apre.
Da oggi non è più possibile rifugiarsi nella retorica della solidarietà né nell’ambiguità politica. I fatti sono agli atti, i nomi emergono, le responsabilità chiedono conto. E non basteranno più slogan, piazze o appelli umanitari a coprire ciò che, per anni, ha operato nell’ombra. Setteottobre rimane vigile e attenta, pronta a segnalare e denunciare quel che di marcio evidentemente sottosta alle campagne di persuasione pro-Hamas.
Boom. Scoppia la bomba della rete di Hamas in Italia. Aveva ragione Setteottobre.
Boom. Scoppia la bomba della rete di Hamas in Italia. Aveva ragione Setteottobre.

