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Bombe a grappolo. Tutti indignati, ma non se colpiscono Israele

L’uso dell’arma letale condannato solo quando colpisce altre vittime, ma non lo Stato ebraico

Costantino Pistilli

Tempo di Lettura: 3 min
Bombe a grappolo. Tutti indignati, ma non se colpiscono Israele

C’è un riflesso ormai prevedibile, quasi automatico: la parola “bombe a grappolo” esplode nel dibattito solo quando si tratta di Israele. In quel momento scattano titoli, indignazione, accuse, campagne. Lo stesso livello di attenzione, però, o sparisce o si abbassa drasticamente quando le stesse armi vengono utilizzate altrove, anche negli stessi giorni. Una costante trasversale dei conflitti, con effetti identici sul terreno, ma filtrati attraverso bias mediatici e politici, fa apparire alcune azioni più gravi di altre.

Mentre si costruisce lo scandalo selettivo, l’Iran ha lanciato centinaia di missili contro Israele, una parte dei quali dotati proprio di submunizioni a grappolo, capaci di disperdere decine di cariche su aree molto estese. Eppure il silenzio, o quantomeno una reazione molto più tiepida, è evidente. Un problema di coerenza.

Le bombe a grappolo sono tra gli ordigni più controversi proprio per la loro natura: non colpiscono un punto, ma saturano un’area. Una volta rilasciate, si aprono in volo e disperdono submunizioni che possono coprire superfici molto ampie; molte esplodono all’impatto, altre no. Ed è qui il punto: quelle che non detonano restano sul terreno, invisibili, attive per anni o decenni, trasformandosi di fatto in mine. È per questo che rappresentano una minaccia diretta e prolungata per i civili, ben oltre il momento dell’attacco: in Afghanistan si continua ancora oggi a bonificare le PFM-1 sovietiche, i cosiddetti “pappagalli verdi”, che continuano a mutilare e uccidere a distanza di quarant’anni.

Nel 2008 una parte consistente della comunità internazionale ha tentato di limitarne l’uso con la Convenzione di Oslo. Ma non è universale. Non hanno aderito: Stati Uniti, Cina, Russia, India, Pakistan, Israele, Brasile, Iran, Libia, Arabia Saudita, oltre ad altri Paesi minori. Il risultato è che queste armi continuano a essere impiegate in diversi conflitti.

L’elenco è lungo e inquietante e va dalla guerra sovietico-afghana (uso massiccio contro aree rurali), Falkland 1982 (BL755 britanniche) al Nagorno Karabakh anni Novanta (Azerbaigian e Armenia), e poi nella Jugoslavia del 1999 (durante i bombardamenti NATO a Niš furono colpite aree civili con circa 2.000 ordigni e centinaia di migliaia di submunizioni), nella guerra del Golfo (USA, Francia, Regno Unito), in Georgia 2008 (con accuse reciproche con la Russia), nello Sri Lanka, in Libia 2011 (per opera delle forze di Gheddafi), in Siria dal 2011, nel Sudan del Sud, in Yemen (con una coalizione guidata dall’Arabia Saudita con forniture occidentali), in Etiopia/Tigray 2021 (con ordigni di origine sovietica), in Ucraina (un vasto impiego da parte russa). Anche Israele in diversi conflitti e nel Mar Rosso per mano degli Houthi. Un elemento ricorrente con responsabili diversi ma con gli stessi effetti sul terreno.

E ora l’Iran, che nei recenti attacchi contro Israele ha impiegato missili con submunizioni a grappolo, capaci di saturare aree estese e lasciare ordigni inesplosi. Anche durante la guerra del giugno 2025, impiegando missili le cui testate contenevano submunizioni disperse su aree densamente popolate, un uso documentato da analisi video e immagini di impatto in diverse città israeliane come l’area metropolitana di Gush Dan, Beersheba e Rishon LeZion. Secondo le Forze di Difesa Israeliane, in questo conflitto l’impiego di munizioni a grappolo è aumentato rispetto a prima e rappresenta una minaccia significativa per i civili. I civili, appunto, che sono il vero e immarcescibile obiettivo del regime iraniano.

E non importa che siano israeliani, iraniani, palestinesi, inglesi, argentini, libanesi, emiratini…


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