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⌥ Board of Peace, ovvero il conte Dracula alla Croce Rossa

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C’è un momento, nella satira politica, in cui smetti di esagerare e ti limiti a prendere appunti. Il cosiddetto Board of Peace nasce esattamente lì: Bielorussia, Russia, Corea del Nord, Ungheria, con l’impressione che, se qualcuno avesse trovato un sarcofago disponibile, anche Tutankamen avrebbe avuto diritto a una sedia e a un badge.

Trump ci ha abituati a tutto. Colori acidi, forme improbabili, trovate da televendita geopolitica. Spesso lo si è insultato per riflesso condizionato, più per pregiudizio che per giudizio, ed è giusto dirlo perché l’automatismo morale è una brutta abitudine quanto il culto della personalità. Ma qui non siamo davanti a una boutade, a una spacconata da comizio o a un’iperbole da social network: qui siamo al mercato delle pulci della credibilità internazionale.

Un Board per la Pace composto da regimi che incarcerano, reprimono, invadono, minacciano con armi nucleari o semplicemente soffocano ogni forma di dissenso non è una provocazione brillante. È come nominare il conte Dracula nel comitato scientifico della Croce Rossa e poi stupirsi se qualcuno guarda con sospetto la sacca del sangue. Il problema non è il cinismo, che almeno avrebbe una sua coerenza ma semmai l’assenza totale di serietà in quella dose minima che dovrebbe accompagnare anche il più spericolato degli esperimenti politici.

E qui entra in gioco la questione clinica, perché l’impressione è che il pectus del Nobel in pectore non stia semplicemente vivendo una fase di eccitazione retorica. Si ha piuttosto la sensazione di una disfunzione sistolica della ragione, accompagnata da aritmie concettuali non banali: non le innocue extrasistoli dell’estro creativo, ma vere e proprie tachiaritmie decisionali, con episodi di fibrillazione del senso della realtà che iniziano a non far più sorridere. Non è solo stanchezza dello spettatore ma, se ci è concesso, una preoccupazione legittima.

Perché quando la pace diventa un marchio da affittare, un club a invito per autocrati e nostalgici della forza bruta, allora il problema non è più Trump, o l’ennesima trovata trumpiana ma il messaggio che passa, e cioè che tutto è negoziabile, che tutto è equivalibile, che carnefici e vittime possono tranquillamente sedersi allo stesso tavolo purché paghino la quota d’ingresso.

Un po’ di serietà, davvero, non guasterebbe nemmeno a chi sogna la medaglia a Oslo. Soprattutto quando il battito della politica mondiale è già abbastanza irregolare senza bisogno di indurre nuove, pericolose fibrillazioni.


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