Qualcuno doveva pur dirlo e senza fare sconti. Il punto che Tony Blair mette sul tavolo è scomodo perché sposta la discussione da Gaza all’Europa, e lo fa partendo da un episodio preciso, recente, difficile da liquidare come marginale.
L’incendio doloso di quattro ambulanze Hatzola a Golders Green, nel nord di Londra, a pochi passi da una sinagoga, è stato trattato dalla polizia come crimine d’odio antisemita e affidato anche all’antiterrorismo. Due arresti sono seguiti nel giro di pochi giorni, mentre il primo ministro Keir Starmer parlava di un attacco “profondamente scioccante”. Blair lo legge come parte di un disegno più ampio, che riguarda il Regno Unito ma non si ferma ai suoi confini, e che chiama in causa il modo in cui la politica occidentale sta reagendo, o più spesso non sta reagendo, alla nuova stagione dell’antisemitismo.
Nel suo intervento pubblicato su The Free Press e rilanciato dal Tony Blair Institute for Global Change, l’ex leader laburista respinge in modo netto l’accusa che la guerra israeliana a Gaza abbia costituito un genocidio, sostenendo che l’uso di questa categoria abbia finito per svuotarne il significato storico e per toccare un nervo scoperto nella memoria ebraica legata alla Shoah. La sua argomentazione non evita il nodo umanitario, ma anzi riconosce esplicitamente la sofferenza della popolazione civile e la distruzione diffusa nella Striscia. Blair insiste però sul fatto che ogni critica alle operazioni israeliane perde credibilità se prescinde dal 7 ottobre e dal contesto strategico in cui Israele si muove, tra Hamas, Jihad islamica, Hezbollah e l’Iran, tutti attori che negano la sua stessa esistenza.
Blair entra anche in un terreno che la politica europea tende a sfiorare con cautela, quello delle condizioni concrete per la fine della guerra. Secondo lui non basta invocare un cessate il fuoco e il passaggio più politico del suo intervento riguarda l’Europa e le sue dinamiche interne. Blair parla apertamente di una convergenza tra settori della sinistra e movimenti islamisti, un’alleanza che trova nella guerra di Gaza un punto di coagulo e che, a suo avviso, contribuisce a creare un ambiente in cui gli ebrei vengono percepiti come bersagli legittimi in quanto associati a Israele. Non si tratta, precisa, di una posizione condivisa da tutta la sinistra, ma di una pressione reale che spinge molti leader progressisti a evitare uno scontro diretto con retoriche antiebraiche per timore di perdere consenso o di entrare in conflitto con parti dell’elettorato musulmano.
I numeri confermano che il fenomeno non è episodico. Il Community Security Trust ha registrato oltre 3.700 incidenti antisemiti nel Regno Unito nel 2025, uno dei livelli più alti mai rilevati e comunque ben al di sopra dei dati precedenti al 7 ottobre, con più della metà dei casi legati direttamente a Israele, alla guerra e ai suoi protagonisti. In questo contesto, la sequenza ormai prevedibile di condanne ufficiali dopo ogni attacco appare, nelle parole di Blair, insufficiente a incidere su un clima che continua a deteriorarsi.
Quello che emerge è uno scarto crescente tra la rapidità con cui si formulano giudizi morali sul conflitto mediorientale e la lentezza con cui si affrontano le conseguenze di quel dibattito all’interno delle società europee. Blair, con il suo intervento, prova a ridurre questo scarto e a costringere la politica a guardare in faccia un problema che non riguarda solo Israele o Gaza, ma il modo in cui l’Europa gestisce le proprie tensioni interne quando si intrecciano identità, sicurezza e conflitti globali.
Blair rompe il tabù su Gaza: l’antisemitismo cresce, la politica esita