La 76ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino si è chiusa con un esito che consolida il peso del cinema turco sulla scena europea e, allo stesso tempo, conferma quanto la dimensione politica continui a intrecciarsi con quella artistica in uno dei più importanti appuntamenti cinematografici del continente. L’Orso d’Oro è andato a ‘Yellow Letters’ di İlker Çatak, regista turco residente in Germania, già noto per ‘The Teachers’ Room’, candidato all’Oscar, che questa volta ha raccontato la storia di una coppia di teatranti perseguitati per le loro critiche al potere.
Il film, ambientato in una Turchia evocata attraverso spazi urbani tedeschi, utilizza Berlino e Amburgo come sostituti simbolici di Ankara e Istanbul, scelta che secondo i produttori risponde a un’esigenza espressiva volta a sottolineare la dimensione universale della repressione. La vicenda dei due artisti, costretti a misurarsi con censura e intimidazioni, ha trovato un’eco particolare in una sala attenta, anche perché il tema della libertà di espressione attraversa oggi molte società europee e non soltanto quelle mediorientali.
Il Gran Premio della Giuria è stato assegnato a ‘Salvation’ di Emin Alper, autore tra i più solidi della nuova generazione turca, che ha costruito un dramma ambientato in un villaggio remoto segnato da rivalità tribali e tensioni religiose. Il film intreccia sogno e realtà, esplora il desiderio di vendetta e indaga il peso della tradizione in contesti chiusi, dove l’identità collettiva tende a soffocare le scelte individuali. Alper, che in passato aveva partecipato a festival israeliani, ha approfittato della visibilità internazionale per accusare apertamente Israele di crimini a Gaza, posizionando la propria opera dentro un quadro politico esplicito.
La dimensione politica è emersa con ancora maggiore evidenza durante la premiazione del miglior cortometraggio, quando la regista libanese Marie-Rose Austa ha raccontato di aver immaginato un bambino dotato di superpoteri capace di abbattere due aerei da combattimento israeliani e ha collegato la fantasia cinematografica alla situazione reale a Gaza e in Libano, ricevendo un applauso caloroso. Poco dopo, il palestinese-siriano Abdullah Al-Khatib, premiato per ‘Chronicles From the Siege’, ha invocato la liberazione della Palestina e accusato il governo tedesco di complicità, trasformando il palco in una tribuna politica che ha diviso osservatori e addetti ai lavori.
Accanto a queste prese di posizione, la Berlinale ha offerto un panorama artistico variegato. Il premio per la regia è andato al britannico Grant Lee per ‘Everybody Digs Bill Evans’, ritratto intenso del pianista jazz travolto dalla dipendenza dopo la morte del bassista del suo trio, con un’interpretazione notevole di Anders Danielsen Lee. Sandra Hüller ha conquistato il riconoscimento per la migliore interpretazione con ‘Rose’, film in bianco e nero ambientato nel XVII secolo, che rilegge in chiave contemporanea il tema dell’identità e del travestimento.
La presenza costante di riferimenti al conflitto israelo-palestinese ha confermato che Berlino resta uno spazio in cui il cinema dialoga con l’attualità senza filtri, spingendosi spesso ben oltre la dimensione artistica per abbracciare quella militante e ovvia (soprattutto di questi tempi). In questo equilibrio instabile tra estetica e attivismo si gioca una parte della reputazione del festival, chiamato a custodire la libertà creativa senza trasformare il concorso in un’arena di scontro ideologico. La Berlinale continua così a riflettere le tensioni del presente, offrendo al pubblico opere di grande qualità e, insieme, discorsi che testimoniano quanto il cinema europeo resti profondamente immerso nelle fratture del suo tempo e diventi palcoscenico per l’attivismo più manicheo e persino patetico. Se solo non fosse un contributo ulteriore alla ovvietà del ‘politicamente corretto’.
Berlino premia il cinema turco, la politica invade il palco