Il Belgio occupa una posizione singolare nel quadro europeo, perché ospita le principali istituzioni dell’Unione e della Nato e allo stesso tempo vive una tensione interna che ne condiziona ogni scelta di politica estera. La capitale, Bruxelles, è il cuore amministrativo dell’Europa comunitaria, ma il Paese continua a muoversi lungo una linea di frizione permanente tra Fiandre e Vallonia, con un federalismo spinto che rende complessa la formazione dei governi e rallenta la definizione di indirizzi chiari sulle grandi questioni internazionali. Questa fragilità strutturale, che negli ultimi quindici anni ha prodotto esecutivi nati dopo negoziati estenuanti, pesa anche quando si tratta di assumere prese di posizione su dossier delicati come il Medio Oriente.
Sul piano europeo il Belgio si colloca nell’area dei Paesi che difendono un multilateralismo rigoroso e un forte ruolo delle istituzioni comunitarie, mantenendo una sensibilità marcata per il diritto internazionale e per la tutela dei civili nei conflitti armati. Tale impostazione emerge con evidenza nei voti alle Nazioni Unite e nelle dichiarazioni dei ministri degli Esteri che si sono succeduti negli ultimi anni, i quali hanno spesso richiamato Israele al rispetto del diritto umanitario, soprattutto durante le operazioni a Gaza, e hanno sostenuto con convinzione la prospettiva dei due Stati. Allo stesso tempo, Bruxelles non ha mai interrotto i canali politici ed economici con Gerusalemme, consapevole che Israele rappresenta un partner tecnologico e scientifico di primo piano per l’Europa, in particolare nei settori della cybersicurezza, della ricerca medica e dell’innovazione.
Le relazioni bilaterali si muovono dunque su un doppio binario. Da un lato persistono frizioni politiche, accentuate da alcune risoluzioni parlamentari che hanno invitato il governo belga a riconoscere lo Stato di Palestina e da prese di posizione critiche verso la politica degli insediamenti. Dall’altro lato si sviluppa una cooperazione concreta che coinvolge università, centri di ricerca e imprese, favorita anche dai programmi europei come Horizon, nei quali Israele è attore associato. I dati dell’interscambio commerciale mostrano un flusso stabile, con particolare rilevanza per il settore dei diamanti di Anversa, storicamente legato a quello israeliano, benché il mercato globale abbia ridimensionato negli ultimi anni il peso tradizionale della città fiamminga.
Un elemento che incide sul dibattito interno è la presenza di una delle più importanti comunità ebraiche d’Europa, concentrata proprio ad Anversa, accanto a una popolazione musulmana numerosa e in parte radicata nei quartieri di Bruxelles segnati da difficoltà sociali. Gli attentati del 2016 hanno lasciato una traccia profonda nella memoria collettiva e hanno rafforzato l’attenzione verso i fenomeni di radicalizzazione, ma non hanno cancellato le tensioni che emergono periodicamente quando il conflitto israelo-palestinese si riaccende. Le manifestazioni nelle strade della capitale, talvolta attraversate da slogan che superano il confine della critica politica, mettono il governo di fronte alla necessità di bilanciare libertà di espressione e contrasto all’antisemitismo, tema sul quale le autorità federali hanno adottato negli ultimi anni la definizione operativa dell’IHRA.
Il Belgio resta quindi un laboratorio in cui si intrecciano le contraddizioni dell’Europa contemporanea: integrazione sovranazionale e identità regionali, sensibilità per i diritti e pragmatismo economico, prudenza diplomatica e pressioni dell’opinione pubblica. Nei rapporti con Israele questo equilibrio si traduce in una linea che evita rotture spettacolari e privilegia il lavoro nelle sedi multilaterali, anche se il dibattito politico interno continua a oscillare, riflettendo una società attraversata da fratture che vanno ben oltre la politica estera.
Belgio, il laboratorio fragile d’Europa