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Beirut, la linea rossa infranta

Quando il ministro degli Esteri libanese riconosce il diritto di Israele a colpire Hezbollah.

Daniele Scalise

Tempo di Lettura: 3 min
Beirut, la linea rossa infranta

Nella vita politica di un paese fragile vi sono momenti in cui una frase pesa più di una crisi di governo. In Libano quel momento è arrivato quando il ministro degli Esteri Youssef Reggi ha detto, in un’intervista a Sky News in arabo, che finché Hezbollah non sarà completamente disarmata Israele ha il diritto di continuare i suoi attacchi. Non stiamo parlando di una scivolata lessicale né di una mezza frase isolata dal contesto, ma una vera e propria presa di posizione che sta facendo saltare i nervi a un sistema politico abituato all’ambiguità come metodo di sopravvivenza.

In Libano la parola disarmo, riferita a Hezbollah, è sempre stata pronunciata sottovoce, se non del tutto evitata. È il grande rimosso di uno Stato che da anni convive con un attore armato più forte dell’esercito nazionale e capace di dettare, direttamente o indirettamente, la linea su guerra e pace. Reggi ha invece portato quella questione al centro del discorso pubblico e lo ha fatto riconoscendo, implicitamente, che la responsabilità primaria della spirale militare non è solo esterna.

Come c’era da aspettarsi la reazione non si è fatta attendere. Il quotidiano libanese Al-Akhbar, unanimamente considerato la voce più fedele all’universo politico di Hezbollah, ha parlato di “portavoce del nemico nel governo”, chiamando in causa il presidente Joseph Aoun e il primo ministro Nawaf Salam e chiedendo come intendano comportarsi di fronte a una simile deviazione. Il linguaggio è stato durissimo, accusando il ministro di aver trasformato la Farnesina libanese in una cassa di risonanza dell’agenda israeliana.

Secondo Al-Akhbar, Reggi avrebbe fatto eco alle posizioni del ministro degli Esteri israeliano Gideon Sa’ar, sostenendo che la guerra per procura ha prodotto solo distruzione e che il cessate il fuoco non può limitarsi al silenzio delle armi, ma deve includere il disarmo di Hezbollah. Un’interpretazione che, per il fronte sciita, equivale a legittimare la prosecuzione delle operazioni militari israeliane sul territorio libanese.
Anche il linguaggio politico di Hezbollah si è immediatamente fatto rigido e minaccioso. Il deputato Ali Ammar ha definito le parole di Reggi un fallimento politico, nazionale e morale, chiedendo un intervento immediato delle massime cariche dello Stato per fermare dichiarazioni che, a suo dire, alimentano divisioni interne e servono solo il nemico. È il segnale che non si tratta di una polemica passeggera, ma di uno scontro che tocca l’equilibrio profondo del potere libanese.

Eppure, proprio per questo, la dichiarazione di Reggi segna un punto di non ritorno. Per la prima volta un ministro in carica ha messo in fila una verità che a Beirut molti sussurrano da anni. Senza il monopolio della forza nelle mani dello Stato, il Libano resta esposto a una guerra decisa altrove e combattuta sul proprio territorio. Dire che Israele continuerà a colpire finché Hezbollah resterà armata non è una giustificazione, ma una constatazione della realtà regionale. Reggi dice quello che molte cancellerie occidentali (per non parlare delle piazze propal e filoislamiste) non osano dire, e anzi spesso sostengono il contrario.

Il problema, per Hezbollah, non è tanto il contenuto quanto la rottura del patto implicito che regge il sistema libanese, quello per cui certe cose non si dicono, soprattutto se vere. Youssef Reggi ha scelto di dirle e ora il Libano si trova davanti a una scelta scomoda: o archiviare tutto come una deviazione personale, oppure ammettere che il nodo del disarmo non è più rinviabile. In mezzo, come sempre, c’è un paese massacrato che paga da anni e anni il prezzo di una sovranità limitata, ostaggio del terrore iraniano per interposta persona.


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