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Il Punto. Bahrein, la stabilità sotto tutela

Monarchia sunnita, maggioranza sciita e l’ombra lunga delle potenze regionali.

Shira Navon

Tempo di Lettura: 4 min
Il Punto. Bahrein, la stabilità sotto tutela

Il Bahrein è uno Stato piccolo, ma politicamente densissimo. Si tratta di un arcipelago di poco più di un milione di abitanti che da anni vive in equilibrio instabile tra controllo interno, una tensione settaria e una salda protezione esterna. Non è quindi un Paese in guerra ma non è nemmeno un Paese pacificato. Se proprio si vuole sintetizzare una definizione, può essere considerato un laboratorio di stabilità forzata, dove l’ordine è garantito più dalla deterrenza che dal consenso.

Al vertice c’è la monarchia degli Al Khalifa, guidata da Hamad bin Isa Al Khalifa. Il potere è saldamente nelle mani della famiglia reale e dell’apparato di sicurezza, con un sistema politico che concede spazi minimi di rappresentanza ma non tollera contestazioni strutturali. Dopo le proteste del 2011, represse con l’aiuto militare saudita, il messaggio è stato chiaro: la linea rossa non si discute.

Il nodo centrale del Bahrein resta la frattura settaria. La popolazione è a maggioranza sciita, mentre il potere politico, militare e amministrativo è saldamente sunnita. Questa asimmetria non è solo simbolica: incide su accesso alle carriere pubbliche, sulle forze armate, sulla distribuzione delle risorse. Negli anni, le richieste di maggiore rappresentanza sono state sistematicamente ricondotte a una questione di sicurezza nazionale, soprattutto attraverso la lente dell’ingerenza iraniana. Non sempre a torto, ma spesso in modo funzionale alla repressione.

L’Iran è il grande spettro che aleggia su Manama. Per la monarchia bahreinita, Teheran rappresenta una minaccia esistenziale più che geopolitica: la paura non è tanto un’invasione militare, ma la destabilizzazione interna, il sostegno a reti sciite radicalizzate, la delegittimazione del potere sunnita. Questo timore spiega la scelta di allinearsi senza ambiguità all’asse saudita-emiratino e di ospitare una presenza militare occidentale significativa.

Il Bahrein, infatti, è uno dei pilastri della sicurezza americana nel Golfo tanto che ospita la Quinta Flotta degli Stati Uniti e si muove in sintonia con Washington su quasi tutti i dossier regionali. Questa protezione esterna è parte integrante del patto di sopravvivenza del regime che garantisce sicurezza in cambio di affidabilità strategica. Insomma, in un Medio Oriente in ebollizione permanente e a volte fuori controllo, Manama ha scelto di non giocare in proprio.

E’ in questa chiave che va letta la normalizzazione con Israele, attraverso gli Accordi di Abramo. Per il Bahrein non è stata una scommessa ideologica, ma semmai una scelta di sicurezza. Cooperazione tecnologica, intelligence, difesa antimissile sono tutti elementi che fanno percepire Israele come un moltiplicatore di deterrenza contro l’Iran. Dopo il 7 ottobre e la guerra a Gaza, Manama ha mantenuto un profilo di grande prudenza, evitando rotture clamorose ma anche modulando il linguaggio pubblico per contenere il malcontento interno. Ancora una volta, stiamo parlando di equilibrio più che di convinzione.

Sul piano economico, il Bahrein non ha la forza finanziaria dei condomini del Golfo. Non può contare su rendite petrolifere paragonabili a quelle saudite o emiratine, e dipende in larga misura dal sostegno di Riyad. Questo lo rende ancora più cauto, meno incline a iniziative autonome, più attento a non rompere l’assetto regionale che ne garantisce la sopravvivenza.

Il risultato è uno Stato che funziona, ma sotto un occhio costantemente vigile. La stabilità c’è, ma è compressa; l’ordine regge senza però riuscire ad assorbire il dissenso; e la politica vive in una dimensione di controllo piuttosto stretto. Non si può certo dire che il Bahrein sia una polveriera imminente, ma nemmeno sostenere che sia un Paese riconciliato con se stesso.

Nel grande gioco mediorientale, Manama non detta le regole, semmai le subisce, le applica, le fa proprie. Più che un protagonista, è un avamposto, una sorta di barometro delle tensioni tra Iran, Golfo e Israele. E proprio per questo resta un punto sensibile: piccolo, silenzioso, ma essenziale per capire come la stabilità, in questa regione, sia spesso il risultato di una pressione costante più che di un equilibrio condiviso.


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