Home > Approfondimenti > Australia. La strage di Bondi e la strada per Endor

Australia. La strage di Bondi e la strada per Endor

Marco Cavallaro

Tempo di Lettura: 6 min
a-strage-di-bondi-e-la-strada-per-endor

Nel 1919, mentre l’Europa cerca un modo di dire ciò che resta di sé dopo la Grande guerra, Rudyard Kipling pubblica un poemetto intitolato En-dor. È un testo breve e, per quel che ne so, poco frequentato, in cui Kipling riprende un episodio del Primo libro di Samuele: Saul, primo re d’Israele, abbandonato da Dio e dai profeti, si reca dalla negromante di Endor per evocare lo spirito di Samuele e chiedergli consiglio prima di una battaglia.

Tuttavia, protagonista dei primi versi non è Saul, ma la strada stessa: “La strada per En-dor è facile da percorrere”, scrive Kipling. Facile perché percorrerla risponde a un bisogno elementare: ascoltare un’altra volta, forse l’ultima, la voce di “coloro che sono passati alla riva più lontana”. Nel dopoguerra, quella strada è affollata di passi: madri e padri, vedove e figli cercano un contattoestremo, una parola che riporti indietro quanti ormai riposano “immersi nella loro nuova eclisse”.

Kipling non indulge nell’evocazione di un ritorno impossibile: i morti tacciono. A parlare invece “con labbra straniere” sono i faccendieri della negromanzia, a dar spettacolo le loro volgari messe in scena. Alla desiderata confidenza degli affetti subentra una relazione mercenaria; all’autenticità della vita sottratta alla vita il teatro dei gemiti ventriloqui e degli occhi strabuzzati. La strada per Endor non porta alla verità, ma a un surrogato spettrale di essa.

Trovo che in questa dinamica vi sia qualcosa di sorprendentemente attuale. Non tanto per ciò che rivela sulla superstizione, quanto per ciò che suggerisce sul nostro rapporto con il trauma collettivo. Ogni volta che irrompe un evento violento – una guerra, un attentato, una strage –, si moltiplicano le voci che cercano di “richiamarlo” dentro un ordine già noto. Spiegazioni, previsioni, cornici interpretative che arrivano rapidamente, quasi con sollievo.

È accaduto anche dopo la strage di Bondi Beach, in Australia. A poche ore dai fatti, si è detto e scritto che “era prevedibile”. Lo sosteneva sia chi da tempo segnala la crescita dell’antisemitismo e paventa l’inverarsi dell’“intifada globale”; sia chi, all’opposto, ritiene che il sostegno degli ebrei a Israele li renda corresponsabili di quanto accaduto a Gaza, e perciò esposti a ritorsioni. Letture opposte, ma accomunate – almeno su questo punto – dalla stessa preveggenza retrospettiva.

Non si tratta di negare la necessità della prevenzione, né l’urgenza di interrogarsi sulle responsabilità politiche e culturali. Ma il tono con cui queste spiegazioni sono spesso offerte solleva altre domande: che cosa si va cercando, che cosa si va creando, quando si consente alla prevedibilità della violenza? Sicurezza o giustizia tardiva? La rassicurazione che il mondo, nonostante tutto, resti decifrabile?

Qui, la figura di Saul torna utile. Egli non è un fanatico, né un santo; è un uomo sopraffatto dal proprio ruolo, un re circondato da voci che parlano con autorità: Samuele, che sostiene di interpretare la voce di Dio; la negromante, che pretende di dare voce ai morti. Saul ascolta, ma non coincide mai del tutto con ciò che ascolta. Quando Samuele gli ordina la strage totale degli Amaleciti, Saul si trattiene. Non obbedisce fino in fondo. È questo il suo peccato, secondo la narrazione biblica. Ma è anche l’inizio della sua rovina: l’impossibilità di aderire senza lasciare conti in sospeso a una parola che chiede sangue. L’altrui. Il proprio.

Così Saul resta solo. Dio – o almeno il Dio di Samuele – tace e lo abbandona. E il re, incapace di sostenere il silenzio, scende a Endor. Non per fede nelle arti negromantiche, ma per disperazione:meglio una voce falsa che nessuna voce.

Anche oggi, di fronte alla violenza, rischiamo qualcosa di simile. La corsa a spiegare, a dimostrare che la disgrazia “era prevedibile” può diventare un’Endor contemporanea: non restituisce parola alle vittime, non protegge i vivi, ma offre l’illusione di un senso che arriva quando l’evento è ormai sigillato, e che perdipiù rischia di sostituirsi all’ascolto.

Nella storia di Saul, infatti, c’è un’altra voce. Quella di Davide. Egli non parla per Dio né tratta coi trapassati. Canta e quando suona l’arpa, lo spirito cattivo si ritira da Saul. Non perché il male sia spiegato, ma perché, per un istante, la sua presa si allenta sul cuore del re.

Può darsi – ma questa è solo un’ipotesi – che si possa tentare anche un’altra strada all’indomani del “previsto”: tra l’adeguamento all’inevitabile e la tentazione di trasformare ciò che accade in responso. Non è facile resistere alla strada per Endor, non è facile accettare che non ogni evento possa essere immediatamente ricondotto a una profezia che assolve chi la pronuncia.

Pensare alle vittime di Bondi Beach significa anche un po’ sottrarsi alla ventriloquia dell’indovino, “alle chiacchiere, allo scherzo, al falso”, alla parola che parla al posto di chi non può più parlare. Resistere, con pazienza, in una lingua che non promette altre rivelazioni, ma che almeno non scambia il lutto per una prova di aver avuto ragione.

Oh, la strada per En-dor è la strada più antica
e la strada più folle di tutte!
Corre dritta alla dimora della Strega,
come ai tempi di Saul,
e nulla è cambiato del dolore in serbo
per coloro che scendono sulla strada per En-dor!


Australia. L’antisemitismo e le scoperte in ritardo
Australia. L’antisemitismo e le scoperte in ritardo