Una famiglia israeliana in fuga da una città europea che aveva scelto come rifugio racconta meglio di qualsiasi rapporto ufficiale la trasformazione che sta attraversando Atene, dove le piazze e i muri del centro restituiscono un clima che inquieta perché non resta confinato a episodi isolati ma si diffonde con una continuità che interroga la politica e le istituzioni.
Il racconto arriva da Sasha Roitman, alla guida del Movimento per la lotta all’antisemitismo, che insieme alla sua famiglia aveva scelto la capitale greca per allontanarsi dalla pressione della guerra in Israele e si è invece trovato immerso in un ambiente segnato da simboli nazisti disegnati sulle bandiere israeliane, slogan aggressivi e manifestazioni nelle quali compaiono bandiere di Hezbollah, un’organizzazione che l’Unione Europea considera terroristica nella sua componente armata. La percezione che emerge dalle sue parole non riguarda solo il disagio personale, perché si accompagna a una constatazione più ampia sul cambiamento del clima pubblico.
Negli ultimi anni Atene aveva costruito un profilo diverso, partecipando attivamente a iniziative internazionali contro l’antisemitismo e ospitando nel 2022 un vertice globale di sindaci impegnati su questo terreno, una scelta che aveva collocato la città in una rete di cooperazione con centinaia di amministrazioni locali. Oggi quella traiettoria appare incrinata, almeno a giudicare dai segnali che arrivano dalla strada e dalle denunce di chi osserva una crescita di graffiti, slogan e comportamenti che superano la soglia della protesta politica per entrare in un registro apertamente ostile verso gli ebrei.
Il passaggio più delicato riguarda la responsabilità delle istituzioni, perché il tema non si esaurisce nella presenza di gruppi radicali, che in ogni grande città europea trovano spazio, ma investe la capacità della leadership di fissare limiti chiari. Roitman sostiene che sotto l’attuale amministrazione guidata da Haris Doukas si sia allentata la pressione contro questi fenomeni, e che l’assenza di una risposta visibile finisca per legittimare comportamenti che in altri contesti verrebbero immediatamente sanzionati.
Il punto, per chi osserva la scena europea, riguarda la linea sottile che separa la critica politica da forme di ostilità identitaria che recuperano simboli e linguaggi del passato più oscuro del continente. Le immagini di svastiche sovrapposte alla stella di David, così come gli slogan che inneggiano a gruppi armati attivi nel conflitto mediorientale, producono un effetto che va oltre la dimensione locale e si inserisce in una tendenza più ampia, già segnalata da rapporti dell’European Union Agency for Fundamental Rights e di organismi indipendenti che negli ultimi anni hanno registrato un aumento degli episodi antisemiti in diversi Paesi membri.
Atene, in questo quadro, diventa un caso emblematico perché mette a confronto due immagini della stessa città, quella che si presentava come laboratorio di iniziative civiche contro l’odio e quella che oggi fatica a contenere manifestazioni che alimentano un clima di intimidazione. La decisione della famiglia Roitman di lasciare la Grecia subito dopo l’arrivo assume così un valore simbolico che supera il singolo episodio e diventa un indicatore di fiducia che si incrina.
La domanda che resta sospesa riguarda la direzione che prenderà questa evoluzione, perché ogni capitale europea misura su questi episodi la propria capacità di difendere uno spazio pubblico in cui il dissenso non scivoli nella legittimazione dell’odio. Atene, con la sua storia e il suo peso simbolico, si trova ora davanti a una scelta che non riguarda soltanto la gestione dell’ordine pubblico ma l’idea stessa di Europa che intende rappresentare.
Atene tra bandiere di Hezbollah e svastiche